KIERAN – 17 anni prima
Cammino per i corridoi lastricati di marmo della Saint Andrew’s School, anche se il professor Jackson ha cercato di fermarmi. Avrei lezione di Chimica, ma ho troppa voglia di una sigaretta, perciò al cambio dell’ora ho mollato i libri sul banco e me ne sono andato.
Salgo all’ultimo piano di questa villa di fine Ottocento trasformata in una scuola per giovani rampolli negli anni Venti. Questa zona sarebbe vietata agli studenti, ma io me ne frego e proseguo dirigendomi verso le scale che portano sul tetto dell’edificio.
“Signor Jones, dove crede di andare?”, strilla dalla porta del suo studio privato la professoressa di Matematica.
“Dove cazzo mi pare,” ribatto senza rallentare.
“Chiamo immediatamente il preside,” minaccia. Come se la cosa avesse un qualche effetto su di me.
In questa scuola solo i nuovi arrivati non hanno ancora capito che non è il preside a comandare né i professori, ma persone come mio padre. Persone come me. E infatti mi sono premurato di far licenziare o allontanare chiunque non fosse d’accordo con questa regola.
Scrollo le spalle e apro la porta. Nessuno oserà venire a rompermi le scatole.
Tiro fuori il pacchetto di sigarette dalla tasca interna della divisa e ne accendo subito una, proteggendo la fiamma con il palmo della mano. Mentre fumo cammino attorno al parapetto. Sbirciando verso il basso si vede il parco della scuola. Se sposto lo sguardo più in là invece si intravedono i grattacieli di Detroit. E poco oltre i quartieri di merda: come Belmont.
L’aria fredda mi investe la faccia. È pungente e sa di scarichi industriali e pioggia imminente.
Mi siedo sul muretto che divide la terrazza dal tetto spiovente e resto con le gambe a penzoloni nel vuoto.
Mi porto la sigaretta alla bocca. Fumo lentamente e passo l’altra mano tra i capelli mossi, fino alla base della nuca. Sono costretto a tenerli un po’ lunghi per via di una stupida voglia che ho fin dalla nascita. È più grande di una pallina da ping pong.
Inspiro ed espiro con calma la nicotina. Nonostante siano passate tre settimane, ogni volta che faccio un respiro profondo, la ferita all’addome tira ancora. Resterà di sicuro una cicatrice, l’ennesima. Guardo le mie dita. Le nocche non sono più scorticate.
Lo stronzo si è meritato ciò che è successo. Il pensiero torna a Belmont. Al locale di merda e al left tackle che si credeva il re della città solo perché sapeva giocare a football in una squadra liceale.
Durante tutta la partita i nostri avversari ci prendevano per il culo. Sul nostro campo da gioco. Ci hanno definiti “fighetti senza palle della scuola privata”. Forse ciò vale per la maggior parte dei miei compagni, ma non per il sottoscritto. Non poteva sapere cosa si nascondesse dietro al cognome Jones.
Non ho reagito subito. E ho sbagliato. Ero convinto che mio padre si sarebbe incazzato se avessi mostrato la mia vera natura davanti ai compagni, ai genitori e a tutto il corpo docente.
Il pugno che mi ha tirato nel suo studio subito dopo la partita, mi ha dimostrato ancora una volta che non avevo capito un cazzo.
Per questo ho accettato la proposta di mio cugino. Andare a dare una lezione al capitano che aveva iniziato le prese in giro. Volevo fargli capire come stavano le cose e al tempo stesso dimostrare a mio padre che sapevo gestire le provocazioni nel modo giusto.
Quella notte ho imparato un grande insegnamento: ci sono situazioni in cui bisogna mantenere uno stato di indifferenza, in attesa del momento giusto per colpire, e attimi in cui bisogna reagire subito. In quell’occasione avrei dovuto rispondere immediatamente, invece non l’ho fatto.
Ho deluso mio padre.
Ho cercato di porvi rimedio perché la cosa più importante era la sua approvazione.
Avevo un piano in mente, perciò siamo andati a Belmont. Doveva essere soltanto una spedizione punitiva verso chi ci aveva deriso.
Invece tutto è degenerato a causa di Chris. Se ne stava lì nel loro quartiere e nel loro locale, a ridere, a provocare i membri della squadra e della loro gang, finché ha tirato fuori quella maledetta pistola, iniziando a sparare a caso.
Nel panico generale, mentre cercavo di schivare il finimondo, uno mi è piombato addosso. L’ho riconosciuto subito, era il left tackle della squadra. Ho sentito solo il freddo della lama che mi penetrava la carne nello stomaco. Una frazione di secondo. Poi la rabbia mi ha spento il cervello. Gli ho strappato il coltello dalle mani e gliel’ho piantato dritto nella schiena, girando il manico nei reni finché non si è afflosciato come un palloncino sgonfio. Il mio primo omicidio. A sedici anni.
E non ho provato nulla.
Quando eravamo vicino al cancello di casa, io mi tenevo la mano sulla ferita e avevo la maglietta inzuppata di sangue, invece Chris ululava come un esaltato per la rissa appena provocata. Non ci ho più visto e gli ho tirato un pugno in faccia.
Appena la guardia mi ha riconosciuto, ha aperto il portone di ferro e ha chiamato mio padre che ci attendeva sulla soglia della villa.
Non ha guardato la mia ferita. Non gli importava se stavo sanguinando.
«Che diavolo è successo?», ha ringhiato mentre io ho continuato a camminare verso la porta d’ingresso.
«L’ho fatto fuori», mi sono limitato a dire senza alcuna inflessione nella voce. Era come se gli avessi detto che ero uscito a correre.
Allora lui mi si è parato davanti.
«La prossima volta non farti trascinare in una rissa da strada come un dilettante e non farti bucare come un principiante. Non è quello che ti ho insegnato», ha tuonato.
Quelle parole mi hanno colpito più della lama del coltello. Più del pugno. E di sicuro più di aver ucciso un ragazzo della mia età.
In fondo mio padre ha ragione. Nel nostro mondo la debolezza è una condanna a morte, tanto quanto farsi guidare dall’impulso o non avere una strategia.
«Vai nello studio, chiamerò il dottor Philips perché ti dia un’occhiata. Se fosse per me ti lascerei così, ma tua madre non me lo perdonerebbe», ha aggiunto mentre si allontanava.
Dalla sera a Belmont ho giurato a me stesso che terrò sempre la guardia alta. E soprattutto che farò di tutto per non vedere ancora lo sguardo di delusione negli occhi di Liam Jones. Diventerò l’uomo che lui vuole e sarò il degno erede della JGT e dell’impero che lui ha costruito. Sperando che mio cugino non decida di incasinarmi i piani come ha già fatto.
Scendo dal muretto e butto il mozzicone a terra. Ho perso metà dell’ora di Chimica, direi che posso anche farmi vedere per il resto della lezione. Mi volto per tornare verso le scale, quando la porta si apre di scatto e compare Chris con la giacca dell’uniforme completamente sbottonata e le mani infilate nelle tasche dei pantaloni.
“Immaginavo di trovarti quassù. Ho chiesto alla professoressa Milton di poter andare in bagno” dice appena mi vede chiudendosi la porta alle spalle. “Sono qui per avvertirti che Jackson è nero e ti sta cercando. È venuto nella mia aula a chiedermi se sapevo dove fossi finito.”
Non guarda me, ma la città che si erge davanti a noi.
“Stavo per rientrare, così non romperà troppo i coglioni.”
Faccio un passo verso la porta con la voglia di chiudere la conversazione. Sono ancora incazzato con lui per il casino che ha combinato a Belmont.
“Jackson ha detto che questa volta la sospensione non te la leva nessuno. Lo zio Liam dovrà venire a firmare i documenti di persona,” riferisce voltandosi verso di me con una certa soddisfazione nello sguardo.
La stessa che ho io nel vedere che porta ancora qualche livido in faccia dopo che gli ho rotto il naso.
Il fatto che nomini mio padre mi fa adirare. Sembra sapere perfettamente che mi brucia da morire il disprezzo che il mio genitore mi ha rivolto quel giorno. Ficco le mani nelle tasche dei pantaloni e le stringo a pugno. Non voglio che si accorga che mi ha punto sul vivo. Eppure non riesco a trattenere le parole.
“Per te è tutto un fottuto gioco, vero?” gli ringhio contro, mantenendo la voce calibrata per non far trasparire la mia irritazione.
“Non so di cosa stai parlando.”
Sorride con quel suo tipico ghigno e la mia apparente calma sta per andare a farsi un giro. Chi non lo conosce bene, vede solo un viso angelico da bravo ragazzo. Chi vive con lui sa quanto sia fuori di testa. Io lo guardo negli occhi e non resto incantato dal colore delle sue iridi azzurre, ma dalla disgustosa malvagità di cui so che è capace. Nonostante abbia soltanto quindici anni, gli ho visto fare cose che a mio padre sarebbero molto gradite. Tutto ciò me lo fa considerare più un rivale che un fratello.
“A Belmont eri troppo impegnato a premere il grilletto a caso per accorgerti che stavamo per rimetterci la pelle entrambi,” sottolineo.
“Ma alla fine non è successo, giusto?” replica con tono mellifluo. “Noi siamo vivi, mentre il left tackle della Belmont High ora è cibo per vermi in una cassa di legno da quattro soldi. Grazie alla mia idea. Che lo zio Liam ha apprezzato.”
Mi sta facendo andare il sangue alla testa. E non posso permettergli di trattarmi in questo modo, perciò mi avvicino in fretta e lo prendo per il colletto della camicia. Per ora sono più alto e più massiccio di lui, perciò non impiego grandi energie a scaraventarlo contro il muretto di mattoni alle sue spalle.
Il colpo gli mozza il respiro e noto con soddisfazione l’espressione di stupore dipinta sulla sua faccia. Tuttavia, dura poco. Il suo ghigno si allarga.
Ho sbagliato di nuovo.
Ho agito d’impulso. Ho perso il controllo e ho fatto il suo gioco. Chris ama esasperare le persone e portarle al limite.
“Adesso tu apri bene le orecchie e mi ascolti,” dico a denti stretti a pochi centimetri dal suo viso. “Sono io il figlio di Liam Jones. Sono io che prenderò il suo posto a capo della JGT e di tutti i suoi affari e sono sempre io che ti pianterò un coltello nel petto se non la smetti di provocarmi o se decidi di metterti in mezzo tra me e ciò che mi spetta. Sono io l’erede di questa famiglia, Chris. Non tu.”
Per un solo istante leggo un barlume di rabbia nei suoi occhi.
Appena è entrato in famiglia, subito dopo la morte dei suoi genitori, lo consideravo alla stregua di un fratello, adesso deve capire che è solo un ospite tollerato. E ho compreso che questo tasto è l’unica cosa che lo ferisce davvero.
Si toglie le mie mani da dosso con uno strattone, poi si sistema la giacca della divisa.
“Vedremo, Kier. Ho imparato che per lo zio gli affari sono tutto. E che contano persino più dei legami di sangue,” commenta facendo un passo verso la porta. “Chi gli porterà più soldi vincerà tutto.”
Maledizione a lui.
Sparisce lasciandosi dietro un tonfo metallico.
Appena rimango solo, tiro un calcio alla porta, tanto forte da lasciare il segno.
“Cazzo!”
Come è possibile che riesca sempre a toccare le corde giuste per irritarmi tanto.
Cerco di riflettere e di calmarmi. Mio padre mi tratta così perché pretende la perfezione da me. In ogni campo. Ed è ciò che ho intenzione di dargli. Mio cugino ama creare caos e la violenza sembra essere il suo elemento naturale. In effetti, una tale predisposizione potrebbe essermi utile nel tempo. Devo solo trovare il modo di fargli fare le cose senza chiederglielo direttamente e senza che lo veda come un ordine, ma come un suggerimento.
Scappa qualche goccia di pioggia che va a picchiettare sul tetto. È ora di tornare in classe. Me la prendo comoda.
Spingo la porta di ferro e rientro nel corridoio dell’ultimo piano, poi scendo le scale fino al piano terra. In giro non c’è nessuno perché non è ancora scattato il cambio dell’ora. Per tornare alla mia aula sono costretto a passare davanti allo sportello della segreteria che ha la tenda alzata. Oltre il vetro due uomini stanno parlando.
Sbircio e trovo il professor Jackson che sta discutendo con il preside. Sto per tirare dritto quando sento chiamare il mio nome. Forte. Lancio un’occhiata a entrambi e continuo a camminare fino all’aula. Una volta dentro mi siedo sotto lo sguardo dei miei compagni, che non fiatano perché mi sono fatto una certa reputazione nella scuola. Nessuno sa niente di preciso degli affari della mia famiglia, ma qualcosa sospettano per via delle inchieste portate avanti dai giornali o dal procuratore di turno. Anche se tutte le indagini vanno sempre a vuoto.
Jackson rientra in aula e si vede lontano un chilometro che è incazzato. Mi guarda malissimo e poi riprende la lezione. Il preside sa che è inutile chiamare mio padre per un colloquio, finirebbe comunque con un assegno firmato da Liam Jones per la ristrutturazione di un’ala della scuola e nessuna annotazione sulla mia scheda personale.
A casa sarà il mio genitore a punirmi come meglio crede. Dipende da come papà valuterà il mio comportamento.
Appena la campanella suona, significa che inzia la pausa pranzo. Prendo le mie cose e vado diretto a riporle nell’armadietto. Digito la combinazione, poi sento una presenza dietro di me.
Mi volto di scatto e trovo Ava. Mia sorella è ferma a pochi metri da me, con la divisa della scuola e la cartella stretta al petto.
“Ava, che cavolo ci fai qui? Non puoi stare da questa parte della scuola.”
“Sono scappata via prima e sono passata dalla mensa per venire da te,” mormora.
Ha l’aria triste, così mi inginocchio davanti a lei e le metto le mani sulle spalle. Ha solo otto anni, ma quegli occhi sanno essere fin troppo acuti quando vogliono. Mi scruta bene in faccia.
“Che succede?” domando preoccupato.
“Kier,” sussurra. “Perché la mamma piange tanto spesso nelle ultime settimane?”
“Come sai che la mamma piange?”
“La sento in bagno dopo che viene a darmi la buonanotte,” risponde con un filo di voce.
L’ho sentita anche io. E temo che sia colpa mia.
La sera in cui è capitato il fattaccio ero in una specie di stato di trance, soprattutto dopo le parole dure di mio padre, e sono entrato in casa con la maglietta insanguinata. Non ho pensato che Ava o mia madre potessero vedermi.
Mia sorella è scampata a quella visione, invece la mamma mi ha beccato in pieno dalla cima delle scale. Si è precipitata giù gradino dopo gradino, ma mio padre l’ha subito fermata con lo sguardo. Era terrorizzata, continuava a fissarmi il sangue rappreso sulla maglietta e io che mi tenevo la mano sulla ferita.
Ho distolto l’attenzione da lei e ho proseguito fino allo studio di mio padre. Dopo aver chiuso l’uscio, li ho sentiti discutere e lei che lo pregava di portarmi in ospedale. Poi papà deve averla convinta a tornare in camera.
Vedere la paura sul viso di mia sorella mi rammenta l’espressione che aveva la mamma quella notte e mi fa provare un senso di protezione violento nei loro confronti. Ava e mia madre devono stare fuori da questo schifo. Sono l’unica parte pulita della mia esistenza.
Mi sforzo di sorridere a mia sorella.
“Non è successo niente, Ava,” dico con voce pacata. “Io e Chris stiamo bene. Abbiamo solo avuto una discussione stupida con dei ragazzi dopo la partita di football, tutto qui. Mamma non deve preoccuparsi, e nemmeno tu.”
Lei mi fissa. So che non mi crede del tutto. Siamo cresciuti respirando bugie e segreti, e Ava, per quanto viziata e protetta, è troppo sveglia per non capire che se nostra madre piange qualcosa non va.
“Promettimi che non ti farai male, Kier,” afferma seria. “Ho paura. Come la mamma.”
Le bacio la fronte, stringendola a me per un secondo. Il suo profumo mi entra nei polmoni, calmando temporaneamente la tempesta che provo dentro di me.
“Te lo prometto, piccola,” sussurro al suo orecchio. “Nessuno mi farà del male. E nessuno ne farà a te o alla mamma, finché ci sarò io a proteggervi. Adesso corri in aula prima che le maestre si accorgano che sei sparita, chiaro?”
Mia sorella annuisce e con la manica della divisa si asciuga una lacrima che le è scivolata lungo la guancia. Mi saluta con un cenno della mano e scappa via.
Chiudo l’armadietto con un colpo secco e mi passo le dita tra i capelli.
Trascorro il resto delle lezioni in uno stato di nervosismo. Vedere mia sorella tanto scossa mi ha fatto male. Quando la giornata finisce ne sono felice. Oggi non ho nemmeno gli allenamenti.
Mi incammino fuori dall’ingresso e appena esco la pioggia si è fatta più fitta. C’è il solito SUV ad aspettare me e Chris. La classe di Ava esce prima, perciò dovrebbe essere già a casa.
Salgo sul sedile posteriore del SUV nero della JGT, Chris è già lì, seduto dall’altra parte dell’abitacolo. Ha le cuffie intorno al collo e giocherella con un accendino d’argento, facendo scattare la fiammella a ritmo regolare. Clac. Clac. Clac. Il rumore mi martella il cervello, dritto dietro gli occhi, ma non gli dico di smetterla. Non voglio dargli la soddisfazione di vedermi irritato. Un’altra volta e per di più nella stessa giornata.
”Visto? Te l’avevo detto che Jackson non avrebbe fatto un cazzo”, commenta Chris senza staccare gli occhi dalla fiammella. ”I Jones non si sospendono. Di sicuro lo zio Liam avrà sistemato la faccenda con il consiglio d’istituto prima ancora che tu scendessi dal tetto”.
”Nostro padre ha altro a cui pensare, Chris”, ribatto e mio cugino lascia andare il tasto dell’accendino e la fiamma si spegne all’istante. Ho usato appositamente il termine “nostro padre”, per ricordargli che la dobbiamo finire con queste scaramucce da bambini. Quello che rimane lungo tutto il tragitto è solo il silenzio nell’abitacolo, mentre fuori resta il rumore della città e della pioggia che batte sulla carrozzeria.
Appena il SUV imbocca la statale capisco che Carter, l’autista di papà, non ci sta portando a casa, ma alla JGT. Lo guardo attraverso lo specchietto retrovisore.
“Mi dispiace, Kieran, ordini di tuo padre.”
Sospiro e devio l’interesse verso il paesaggio. Stiamo costeggiando il fiume.
Quando la macchina si ferma, Chris si toglie le cuffie e impiega un attimo a capire dove siamo. Lo sbuffo che segue significa che nemmeno lui ne sapeva niente.
Scendo dall’auto, seguito da mio cugino e una volta entrati nella hall ritrovo gli uomini di mio padre. In ascensore premo il pulsante dell’ultimo piano.
“Che cosa avrà da dirci di tanto importante da non poter aspettare fino a stasera a casa?” domanda Chris dall’angolo della cabina in acciaio. Non mi volto nemmeno.
Nel cervello mi passa una riflessione veloce. Se vuole qui anche mio cugino non c’entra niente il comportamento che ho avuto a scuola stamattina.
Lo scampanellio indica che siamo arrivati al piano. Le porte si aprono e a passo sicuro vado verso l’ufficio di mio padre. La sua segretaria ci saluta. Chris ricambia con un grugnito, io con un “Buonasera, Katia.”
Ci annuncia e ci informa che possiamo entrare. Varco la soglia per primo. Mio padre è seduto dietro la grande scrivania in noce scuro, con un sigaro spento tra le dita.
”Siamo qui”, dico. Noto che accanto a lui c’è un uomo che ho già visto partecipare a qualche evento, ma non come invitato. Ha una stazza imponente, capelli biondi e occhi di ghiaccio. Di sicuro avrà meno di trent’anni.
“Quelli di Belmont sono venuti a discutere di quanto successo al titolare della squadra di football,” afferma mio padre e carpisce la mia attenzione.
Senza che me lo chieda, mi siedo.
“Cosa vogliono?” domando con poco interesse.
“Hai fatto fuori uno di loro. Una sorta di stella per quei poveracci, secondo te cosa vogliono?” Mio padre inizia a picchiettare la stilografica sulla scrivania.
“Ti direi una vita per una vita,” replico con tono pacato anche se quella in gioco è la mia, di vita. “Ma suppongo si accontenterebbero della mia mano destra. Quella con cui ho ammazzato la loro stella del football.”
Un angolo della bocca di mio padre si solleva verso l’alto, segno evidente che ho azzeccato in pieno le richieste del capetto di turno che gestisce la piazza di spaccio di Belmont.
“Vuoi che faccia recapitare loro la tua mano destra, Kieran?”
Percepisco lo sguardo di mio padre piantarsi su di me come un chiodo arrugginito. È il momento. È un test che decreterà se sono un Jones o solo una delusione con un cognome importante.
“Direi che preferirei tenermi la mano attaccata al resto del corpo. Concediamogli qualcosa che per loro sia più appetibile,” suggerisco. In qualche modo sapevo che saremmo arrivati a questo punto. Mi pare strano che quelli di Belmont ci abbiano messo ben tre settimane, prima di venire a reclamare un risarcimento.
“Che cosa proponi?”
“La mano di Chris,” affermo e quello si fa sentire lanciando un verso di sgomento. Mi volto verso di lui che non ha fiatato da quando siamo entrati. Ha paura di mio padre. E fa bene ad averne. “Tranquillo, cugino, stavo scherzando.” Poi torno a rivolgermi al mio genitore. “Concedigli il controllo dei quartieri attigui a est. Li farà stare buoni per un po’.”
“Così a te resta la mano, ma io ci perdo soldi,” replica glaciale come sempre quando si parla di affari.
“No. In realtà li renderai fedeli a te. E poi c’è quel magazzino sulla Holland Drive di cui parli sempre. È nel loro territorio e ripeti in continuazione quanto sia ubicato in un punto strategico. Potrebbe essere uno scambio favorevole. Loro allargano la zona di vendita di fentanyl senza darti nessuna percentuale e tu in cambio utilizzi quel magazzino per i nostri carichi.”
Nella stanza cala un silenzio tombale e mio padre rimane immobile dietro la scrivania. Si accende il sigaro con calma, aspira una boccata di fumo denso e la sputa verso il soffitto. Poi, posa gli occhi su di me. Sulle sue labbra appare un cenno di approvazione.
“Ben fatto, Kieran,” dice, e il suono del mio nome pronunciato con quel tono mi fa vibrare l’anima. “Hai parlato come un Jones. Infatti, è la stessa proposta che ho fatto io a Michaelson. E ha accettato.”
Butto fuori l’aria dai polmoni piano. Non voglio che si accorga che l’ho trattenuta. Mi limito ad annuire con la testa.
“Tuttavia, non sono sicuro che la gente del quartiere sarà d’accordo, perciò da oggi Fred sarà la tua ombra,” dichiara mio padre con un cenno della testa in direzione dell’uomo in piedi dietro di lui.
Apro la bocca per protestare.
“Una guardia del corpo? Sono in grado di difendermi da solo e mi pare di averlo dimostrato,” controbatto.
“Kieran, un giorno tutto questo sarà tuo, ma devi arrivarci a quel giorno. Fred è qui per questo.”
Resto in silenzio. Lancio un’occhiata a Chris. Sta stringendo forte la mascella. Finalmente ha avuto la conferma di quello che sarà il nostro futuro. Sarò io a prendere il posto di mio padre.
“Come vuoi tu, papà,” dico e mi alzo.
Esco da quell’ufficio seguito da mio cugino e da Fred. Sento che l’oscurità non è più una minaccia e non per via della mia nuova guardia del corpo, ma perché l’oscurità è diventata la mia nuova pelle. E non permetterò a nessuno di strapparmela di dosso.
CHARLOTTE – 8 anni prima
La sveglia sul comodino emette un fastidioso ronzio metallico, come un insetto intrappolato in una bottiglia di plastica. Mi alzo solo per staccare quel suono noioso. Sono le cinque e mezza del mattino.
Mi metto a sedere su questo materasso ormai sfondato. Lo uso da quando ho dieci anni, ma non ho mai chiesto da quanto tempo si trovi in questa casa o a chi sia appartenuto. Ormai anche le lenzuola puzzano di muffa. L’umidità di questo studio è peggiorata a vista d’occhio e nemmeno i litri di candeggina con cui ho cercato di eliminarla sono serviti a qualcosa. Così come non serve a niente lavare spesso le lenzuola. Ormai quel maledetto odore me lo sento addosso. Sui vestiti e sulla pelle.
Per non parlare del freddo che si percepisce qui dentro anche se siamo ad aprile. Il riscaldamento è rotto da novembre e figurarsi se zia Natalie ha intenzione di spendere un solo dollaro per chiamare l’idraulico. In camera sua però ha una comoda stufetta elettrica. Mentre io ho vinto tre coperte di lana bucate raccattate da chissà dove.
Sopra la maglietta a manica lunga mi infilo la felpa grigia del liceo, perché è quella più calda che ho, poi i pantaloni della tuta e le calze. Se al negozio dell’usato vendessero una tuta da sci, suppongo che la comprerei al volo, ma forse i miei compagni si farebbero idee strane nel vedermi arrivare conciata in quel modo. Che poi… Idee strane se ne fanno già tante.
Do una sistemata alle coperte, poi sprimaccio il cuscino e afferro dal comodino Bear.
“Buongiorno, Bear,” mormoro con la voce impastata dal sonno.
Accarezzo la pelliccia consumata del mio orsacchiotto. È vecchio, gli manca un occhio di plastica e l’imbottitura sul collo è così logora che la testa gli ciondola da una parte, ma è l’unica cosa che mi è rimasta di quando ero bambina. L’unica cosa che mia madre Sonia non è riuscita a portarmi via.
Appoggio il mio peluche sul cuscino, sistemandolo con cura.
Esco dalla stanza facendo lo slalom tra gli scatoloni e le cianfrusaglie che mia zia ha accumulato negli anni. Dal corridoio vado verso il bagno, evitando con cura l’asse di legno sulla destra che scricchiola in maniera rumorosa ogni volta che ci salgo. Vorrei evitare di svegliare Natalie a quest’ora, diventerebbe una furia. A dir la verità vorrei evitare mia zia ogni minuto della giornata, ma non è possibile. Per fortuna spesso di sabato lavora visto che l’autolavaggio è aperto.
Entro nel bagno, che ovviamente puzza di umidità e di lacca economica. Chiudo la porta a chiave anche se non sarebbe necessario. Natalie è tornata alle due stamattina. Ha scopato con il tizio di turno, lo so perché le pareti qui sono fatte di carta velina. Comunque, ho sentito la porta d’ingresso sbattere verso le quattro e il motore di un’auto partire, perciò non dovrei rischiare incontri spiacevoli, ma meglio essere prudenti in questa casa.
Osservo il mio riflesso allo specchio posto sopra il lavandino ricoperto di calcare. Vedo una ragazza di diciassette anni con la faccia pallida e le occhiaie, perché sono rimasta su a studiare fino a tardi. Tra i miei capelli castani sembra che degli uccellini abbiano fatto il nido tanto sono disordinati e arruffati.
Avvicino il viso e mi tocco la pelle sul naso e sulle guance. Sbuffo. Maledette lentiggini. Più io sono pallida e più loro si fanno notare. Non le sopporto, mi fanno sembrare una mocciosa.
Mi sciacquo la faccia, anche se so bene che appena tirerò su il viso quelle stupide saranno ancora lì. Accantono ogni pensiero sul mio aspetto. Oggi non è importante. Ogni cosa passa in secondo piano.
Ho il test finale di Biologia Avanzata con il professor Harrison e devo prendere assolutamente una A, se voglio mantenere la media e avere la possibilità di ottenere una borsa di studio per la Albers School di Seattle. E Seattle significa soprattutto una cosa: fare i bagagli e andarmene da Pleasanton senza voltarmi indietro.
Significa anche quattro anni di duri studi di Economia e tre di Master. Inoltre significa accettare qualsiasi tipo di lavoretto che possa aiutarmi a vivere in quella città senza chiedere niente a nessuno.
Vado in cucina. Una volta gli armadietti forse erano bianchi, adesso sono di quel giallognolo tipico delle case vecchie e mal tenute. Mi rassegno al fatto che, a parte il caffè, non troverò altro da mangiare.
Apro il frigorifero: dentro ci sono solo delle birre di sottomarca, qualche carota, degli avanzi vari di dubbia provenienza e una bottiglia di latte quasi vuota.
“Merda!” mi lascio sfuggire.
Cerco qualcosa di commestibile nella credenza, ma a parte cibo in lattina non c’è nulla che possa andare per colazione. Apro l’ultimo armadietto e con la mano tasto il ripiano più alto nella speranza di trovare del pane, invece tocco una cosa familiare. La afferro. La vecchia scatola di latta del tè.
Questa è la cosa preziosa della mamma, Lottie, diceva mia madre ridendo con gli occhi dilatati e persi nel vuoto. Ricordati bene che nessuno deve trovarla.
Scuoto la testa con violenza, ricacciando indietro quel ricordo che mi fa salire la nausea.
Non immaginavo che fosse ancora qui. Non la apro nemmeno per vedere cosa ci sia dentro. La ributto al suo posto. Mi servo il latte in una tazza lasciandone giusto quel che basta perché mia zia non rompa e poi torno nella mia stanza, anche se è più un ripostiglio. Per fortuna ho nascosto i biscotti che ho comprato qualche giorno fa.
Mi siedo su una pila di libri che Natalie non avrà mai aperto in vita sua e mangio più in fretta possibile.
Cavolo, devo sbrigarmi. L’autobus passerà tra poco. Prendo i libri e li butto nello zaino consunto. Mi lavo i denti in fretta e nel correre verso la porta, becco quella maledetta tavola di legno scricchiolante. Il ruggito di Natalie, che urla il mio nome con disgusto, arriva quando ormai sono già oltre la soglia.
Riesco a giungere alla fermata in tempo. Salgo sull’autobus con il fiatone. Ho un’ora di viaggio per raggiungere il liceo pubblico che frequento alle porte di San Francisco. Appena mi riprendo dalla corsa, tiro fuori il libro di Biologia per ripassare.
Le pagine spiegazzate purtroppo mi rammentano la discussione avuta con mia zia la sera precedente. Prima mi ha accusata di averle preso gli orecchini e poi nel cercarli ha fatto cadere di proposito il mio libro a terra.
“Ehi,” ho detto infastidita.
“Signorina, non provare a rispondere o ti do un ceffone,” ha affermato puntandomi un dito contro.
Mi sono morsa le labbra per non protestare. Con Natalie funziona così. Meglio stare zitta e farsi gli affari propri.
“Che diavolo apri a fare i libri? Sei una buona a nulla, come tua madre!” ha ridacchiato dopo aver trovato i suoi stupidi orecchini. “E proprio come lei finirai per aprire le gambe per vivere.”
“Io non farò mai la sua fine,” ho mormorato a denti stretti e avrei voluto aggiungere: o la tua!
“Vedremo tra qualche anno. La mela marcia non cade mai lontano dall’albero.” Ed è andata al suo appuntamento con l’uomo di turno.
Una rabbia violenta ha inondato il mio corpo e ho sentito le orecchie iniziare a bruciare. Stavo diventando bordeaux come mi capita sempre quando mi innervosisco. Mi sono calmata soltanto quando ho sentito la portiera chiudersi e la macchina allontanarsi.
So cosa vorrebbe per me. E no, non è quello che un genitore dovrebbe volere per il proprio figlio. È stata chiara in più di un’occasione. Fin da quando le ho detto che sarei voluta andare al college a Seattle.
“Seattle, “ha ripetuto lei la prima volta che l’ho informata dei miei piani. “E con quali soldi pensi di andarci? Credi che lo Stato continuerà a pagarmi i sussidi per il tuo mantenimento quando avrai finito il liceo? Quel denaro finirà appena avrai compiuto diciotto anni, stupida. Da quel momento in poi, questa casa ha un costo, e se vuoi restare qui dovrai trovarti un lavoro vero e non perdere tempo con le tue illusioni da intellettuale.”
Ricordo di averla guardata sbigottita. Come poteva anche lontanamente immaginare che sarei rimasta a vivere con lei.
“Io non resterò qui, Natalie. Ho la media perfetta e se riesco a ottenerla, la borsa di studio coprirà ogni cosa. Me ne vado.”
Dopo un attimo di sbigottimento, mia zia ha sbattuto la mano sul tavolo, facendo sussultare il mio bicchiere d’acqua. Non è riuscita a nascondere una smorfia d’odio puro. Rammento bene che in quel momento Natalie mi ha fatto davvero pena perché quell’astio non era rivolto a me come persona, ma all’idea che io avevo una scelta, una via di uscita da una vita mediocre, mentre lei ormai ne era intrappolata.
“Tu non andrai da nessuna parte!” ha urlato, confermando i miei sospetti e facendomi aumentare la voglia di tagliare i ponti con l’unica famiglia che mi rimane. “Adesso sparisci prima che ti dia un ceffone che ti rimetta al tuo posto!” Non sarebbe stata la prima né l’ultima volta.
Con questi pensieri arrivo a scuola. Un palazzone di cemento grigio di tre piani, circondato da una recinzione di ferro che sembra quella di un penitenziario. Per molti adolescenti la fase del liceo è traumatica, piena di problemi e di incertezza… Per me no. In diciassette anni di vita è stata la parte migliore. Qui mi sento bene. Posso respirare, sognare e immaginare un futuro.
Pioviggina, perciò prima di scendere dall’autobus mi tiro su il cappuccio della felpa. Mi incammino sul marciapiede bagnato insieme ai miei compagni. Sono una tra tanti. E mi piace confondermi con la massa. Non attirare l’attenzione. È una cosa che ho imparato fin da piccola e ormai sono brava in questo.
Per i miei compagni Charlotte Walker è solo la ragazza silenziosa che si siede sempre nell’ultimo banco vicino alla finestra, quella che non partecipa mai alle assemblee, che non va alle feste del venerdì sera e che risponde ai professori con un tono diretto.
Stringo lo zaino al petto e vado verso il mio armadietto. Tiro fuori solo il libro di Biologia perché ho il test alla prima ora. Mentre raggiungo l’aula nella testa mi rimbalzano le parole di Natalie. La mela marcia non cade mai lontano dall’albero.
“No,” sussurro tra me e me, accelerando il passo. “Ti sbagli, stronza!”
Salgo al primo piano ed entro in classe. Il professor Harrison sta controllando con fare meticoloso i fogli con il test che distribuirà tra poco. Vado a sedermi nel solito banco in fondo all’aula. Quello vicino alla finestra. Quello più isolato che nessuno guarda. I miei compagni arrivano alla spicciolata.
Quando la campanella suona, Harrison si alza e chiude la porta e fa una premessa.
«Bene, ragazzi, silenzio», tuona. «Mettete via i libri, i telefoni e qualsiasi appunto. Avete novanta minuti per completare il test. Vi ricordo che questo esame rappresenta il quaranta per cento della vostra valutazione finale. Chi viene beccato a copiare riceverà uno zero immediato e una segnalazione sulla scheda accademica. Potete iniziare».
Harrison è famoso per essere il docente più severo dell’istituto: non fa sconti a nessuno, non concede crediti extra o seconde possibilità.
Passa tra i banchi e distribuisce i fogli con il lato bianco verso l’alto. Quando tutti hanno ricevuto il test, il professore fa scattare il tempo. Le mani mi tremano leggermente quando lo giro e leggo le prime domande. Trattengo il fiato, poi lo lascio libero di uscire, so come rispondere. Prendo subito la penna e inizio a scrivere.
A metà elaborato qualcuno accanto pronuncia il mio nome.
”Ehi… Walker… pssst… Charlotte”.
Non serve voltarmi alla mia destra per sapere che si tratta di Roger, uno dei giocatori della squadra di football. Tengo gli occhi incollati sul foglio e continuo a scrivere. Non voglio guai. Ma quel cretino insiste.
”Dai, Walker… dimmi qualcosa sulla domanda dieci… non so un cazzo”, bisbiglia.
Continuo a non considerarlo, e quello che fa? Tira un calcio alla mia sedia, provocando uno stridio e soprattutto attirando l’attenzione di Harrison.
”Signor Ford. Signorina Walker”, ci riprende entrambi.
Alzo la testa di scatto e suppongo di essere sbiancata all’istante. Il professore si avvicina a noi.
”Forse non sono stato abbastanza chiaro quando ho detto che non ammetto scambi di informazioni”, dice con voce dura.
”Non stavo parlando, professor Harrison”, mi difendo in fretta, presa dalla paura e dalla frustrazione. “È stato Roger a chiamarmi, ma io non gli ho risposto”.
”Io? Ma non è vero!”, interviene Roger. “È lei che si è voltata per chiedermi qualcosa”.
Il professore guarda me, poi guarda l’altro. Sul suo viso compare quell’espressione cinica di chi ha visto troppi studenti mentire per salvarsi il culo.
“Sapete bene cosa succede quando becco due studenti a copiare”. Prende il foglio di Roger e lo fissa.
Oddio, no! Non può essere. Afferra il mio foglio d’esame e in quel momento vedo ogni mio sogno andare a pezzi. Apro bocca facendo saltare il mio consueto filtro con il cervello.
“La prego… non può farlo…”, balbetto. Mai dire a un docente cosa può o non può fare.
Harrison mi guarda malissimo.
“Posso, eccome, signorina Walker”, replica freddo.
Mi viene da piangere. Non so come uscire da questa situazione.
L’uomo guarda il mio test e poi quello di Roger. Va avanti così per un tempo che mi sembra eterno, poi rimette i test sui rispettivi banchi.
“Continuate pure, però vi avverto che toglierò il venti per cento del voto a entrambi”.
Il fiato mi fuoriesce di botto, ma sento anche salire la rabbia. Dannazione, il venti per cento. Lancio un’occhiata al vicino di banco e vorrei strangolarlo con le mie mani. Invece mi concentro sulle risposte da dare.
Maledizione a lui!
Quando il tempo scade sono certa di aver fatto un buon lavoro, ma il voto mi preoccupa visto come sono andate le cose.
Raccolgo lo zaino, passo davanti a Harrison e deposito il mio compito. Io non dico nulla e nemmeno il professore.
Esco in fretta dall’aula con il viso in fiamme per l’irritazione e corro al secondo piano per la prossima lezione. Voglio solo arrivare in classe in fretta e cercare di farmi passare il nervoso.
Durante il tragitto qualcuno mi sbatte il gomito addosso, facendomi quasi perdere l’equilibrio.
“Ehi, attenta a dove cammini!” protesta una voce maschile.
Mi rimetto in sesto e mi giro verso il tizio che ha rischiato di farmi cadere. È Dennis White, il pass rusher della squadra della scuola. Il classico belloccio con la faccia da bravo ragazzo, alto un metro e ottanta e un sorriso strafottente stampato sulla faccia. Sta ridendo con i suoi amici, e non si cura nemmeno di chiedermi se mi sono fatta male.
Non ne posso più. Direi che per oggi la misura è colma.
“Guarda dove vai, idiota,” mi esce di botto, prima ancora che possa attivare un qualsiasi briciolo di controllo.
Il sorriso di Dennis sparisce e io mi ritrovo addosso gli occhi di tutti i presenti. Anche i suoi amici smettono di ridere.
“Come mi hai chiamato, Walker?” domanda Dennis, avanzando di un passo nella mia direzione e bloccandomi la strada con la sua stazza. Mi costringo a non muovermi di un passo. Sono stufa e stanca che ormai non ho più alcun filtro.
“Ti ho chiamato idiota,” ripeto e scandisco bene l’ultima parola. “Stavi per farmi cadere, dovresti scusarti. E adesso spostati, devo andare in classe.”
Lo scimmione strabuzza gli occhi per lo stupore.
“Fanculo, Walker, sei tu che eri in mezzo al cazzo,” ringhia.
“Hai ragione, colpa mia. In effetti il corridoio è proprio piccolo e stretto come il tuo uccello.”
Prendo un bel respiro, lo supero e vado alla prossima lezione, ignorando gli sguardi curiosi di tutti coloro che hanno assistito alla scena.
Che schifo di giornata!
Dopo le lezioni mi rintano come al solito in biblioteca dove, oltre a studiare, aiuto Mrs. Lopez, la bibliotecaria della scuola. Mi sono offerta per questo lavoretto per avere dei crediti extra, ma in realtà anche perché l’impiegata è una deliziosa signora e inoltre questo incarico dà la possibilità di fermarmi oltre l’orario di chiusura, così posso studiare e usare anche la connessione internet per fare ricerche, compilare moduli o stampare ciò di cui ho bisogno senza avere Natalie tra le scatole.
È qui che passo quasi tutti i miei pomeriggi e se fosse aperta ci verrei pure nei weekend. È qui che l’anno scorso ho conosciuto Ethan. Molto nerd, tanto da riuscire a hackerare i server della scuola soltanto per il gusto di farlo. E una volta scoperto, il preside per punizione lo ha spedito in biblioteca a dare una mano per due settimane.
È stato il primo e unico ragazzo con cui sono stata. In tutti i sensi. Mi piaceva, ma non credo di essere stata innamorata di lui. Ero stanca di essere sola. Di non provare ciò che ho sentito spesso raccontare dalle compagne di classe.
Era carino e gentile con me. È stata la prima volta anche per lui. Due imbranati. Niente di spettacolare, ma data la famiglia da cui provengo suppongo di essere stata fortunata perché mi ha trattato con garbo. È stato… dolce. Credo… Purtroppo suo padre si è trasferito per lavoro e con lui tutta la famiglia. Non ci siamo più sentiti o scritti. Non era una di quelle storie destinate a sopravvivere alla distanza, in fondo non ci siamo mai detti ti amo e siamo stati insieme pochi mesi.
Insomma, questo luogo pieno di libri ha anche dei bei ricordi, perciò mi piace stare qui.
Più i giorni passano più divento nervosa. A fine aprile la Albers School avrebbe dovuto farmi sapere se sono stata accettata e soprattutto se la domanda per la borsa di studio è stata accettata. Se dovessero prendermi, ma rifiutare la borsa di studio, non saprei davvero come fare.
Non voglio pensarci su troppo. Cerco di andare avanti come posso.
Passo le mie giornate chiusa a scuola tra le lezioni e la biblioteca con la signora Lopez, studiando fino a quando gli occhi non mi bruciano e le dita non mi fanno male per gli appunti.
È la prima settimana di maggio e oggi c’è un pallido sole sulla città. Con Natalie le cose vanno sempre peggio e io trovo ogni scusa per stare lontano da casa il più possibile. Sono arrivata a frequentare anche la biblioteca pubblica di San Francisco che è aperta perfino il sabato e la domenica fino alle sei.
Sto aiutando la signora Lopez a sistemare dei libri e sono in cima alla scala quando arriva la segretaria del preside con una busta bianca tra le mani.
“Charlotte! Charlotte Walker!” chiama, agitando ciò che ha in mano. “È arrivata per posta prioritaria questa busta per te!”
Scendo dalla scala e la donna me la porge, riconosco il logo ufficiale della Albers School di Seattle impresso in oro nell’angolo superiore.
Sento il cuore fare un salto e precipitare nello stomaco. Accanto a me la signora Lopez mi fissa.
“Forza, Charlotte, aprila,” mi incoraggia.
Prendo la busta con le mani che tremano in modo incontrollabile. Strappo il bordo, sfilo il foglio di carta intestata e comincio a leggere le prime linee scritte in carattere tipografico elegante:
Gentile Signorina Walker,
Siamo lieti di comunicarLe che, a seguito della valutazione finale della Sua media accademica e delle Sue eccellenti referenze nel campo delle scienze economiche, il Comitato di Selezione della Albers School ha deliberato l’assegnazione a Suo favore della borsa di studio a copertura totale per il percorso accademico da Lei scelto.
Il beneficio comprende il pagamento integrale delle tasse d’iscrizione, l’alloggio gratuito presso il campus universitario e un sussidio mensile per le spese di sostentamento.
La attendiamo a Seattle per l’inizio dei corsi.
Benvenuta alla Albers, Charlotte.
Rimango immobile, con il foglio stretto tra le mani e le lettere che cominciano a sfocarsi davanti ai miei occhi per via delle lacrime. Ce l’ho fatta… Ce l’ho fatta sul serio! È un sogno!
Borsa di studio integrale. Tasse, alloggio e pasti sono compresi.
Non avrò bisogno di un solo dollaro da Natalie. Non avrò bisogno di chiedere aiuto a nessuno. Sono libera. Libera da questo inferno. E tra pochi mesi sarò anche maggiorenne.
Non posso crederci!
“Ce l’hai fatta, Charlotte! Bravissima,” si complimenta la signora Lopez abbracciandomi.
Ricambio volentieri quella manifestazione d’affetto a cui non sono abituata.
È il due giugno, il giorno del diploma. Mi sono messa i pantaloni più eleganti che ho e la camicetta bianca che ho rubato dall’armadio di Natalie ieri sera. Per fortuna ci sarà la toga a coprire il mio abbigliamento, altrimenti si vedrebbe che è di due taglie più grandi rispetto alla mia. Ovviamente non ho detto nulla a mia zia. Della cerimonia, della borsa di studio, niente. Ho intenzione di sparire dalla sua vita il prima possibile.
Dopo aver distribuito i diplomi ogni studente va a festeggiare con la propria famiglia. Io ho un piano tutto mio. La signora Lopez è stata dolcissima, mi ha regalato una busta con dei soldi. Davanti al mio rifiuto ha fatto una faccia offesa e alla fine mi sono arresa e ho accettato i cinquanta dollari al suo interno. Ho intenzione di andare a comprarmi un dolce e di trascorrere la giornata al parco.
Infatti faccio così. Ho steso una coperta sul prato e per la prima volta in vita mia mi sono fermata. Ho lasciato che il mondo continuasse la sua corsa senza preoccuparmi di niente. Un dolce, una bibita fresca e un buon libro preso in biblioteca. Il sole a scaldarmi il viso e l’odore di erba appena tagliata intorno a me. Niente grida di persone arrabbiate, ma solo chiacchiere e le risate di bambini gioiosi.
È stata una bella giornata, resa ancora più speciale dall’aver trovato un lavoro per i mesi estivi come cassiera in un supermercato a una decina di chilometri da casa.
Ora non devo far altro che resistere fino a metà agosto e poi potrò finalmente iniziare la mia nuova vita a Seattle.
Il mio borsone è appoggiato sul letto. Ho infilato tutto ciò che possiedo. Vestiti, oggetti personali, i miei libri preferiti e ovviamente Bear. Mi guardo attorno per accertarmi di aver preso tutto. Non ho molto. La mia intera esistenza entra in una sacca da viaggio da trenta dollari, ma è tutto ciò di cui ho bisogno per ricominciare.
È mattina e mi incammino lungo il corridoio. Questa volta non mi preoccupo di evitare la tavola di legno che scricchiola, anzi, ho la tentazione di batterci sopra i piedi. Vorrei rovinare di proposito il sonno a Natalie, tuttavia non servirebbe a niente. So che è già sveglia perché per le nove deve essere all’autolavaggio.
Entro in cucina con il borsone. Natalie è seduta al tavolo, indossa la consueta vestaglia di ciniglia e ha una tazza di caffè tra le mani. Ha l’aria più vecchia stamattina, le rughe intorno agli occhi sono più evidenti del solito. O forse sono io che per una volta non ho paura di guardarla bene in faccia.
“Allora è vero quello che mi hanno riferito,” dice lanciando un’occhiata prima a me e poi al mio bagaglio. “La vicina ha detto di averti incontrata al supermercato mentre lavoravi e che te ne saresti andata presto.”
“Infatti è così. Parto oggi,” rispondo, fermandomi dall’altra parte del tavolo e tenendo le mani infilate nelle tasche dei jeans. Il mio tono è piatto, privo di qualsiasi emozione. Non sto salutando mia zia. Sto salutando lo sconosciuto con cui ho fatto un viaggio di un paio d’ore in treno. La mia è una pura cortesia. “Il pullman per l’aeroporto parte tra quaranta minuti. “
Natalie ridacchia.
Avrei immaginato qualsiasi reazione tranne quella, ma non ho intenzione di arrabbiarmi. Non serve. Sono libera.
“Credi che sarà facile, vero, Lottie?” domanda e sentire quel soprannome mi fa venire la nausea. “Credi che a Seattle freghi qualcosa a qualcuno di te? Quando la borsa di studio finirà o quando farai un solo errore, ti cacceranno a calci nel culo. E a chi telefonerai quel giorno? A me? Ti avverto, signorina: se pensi di venire a bussare alla mia porta con le lacrime agli occhi perché non sai come pagarti l’affitto, io ti lascio sul marciapiede a marcire. Non ho intenzione di riprenderti in casa mia.”
Stranamente le sue parole mi scivolano addosso come la pioggia su un vetro. Non mi fanno male. Non provo nulla. Non più. Guardo questa donna, guardo questa cucina con i pensili ingialliti e l’appartamento decadente, e provo solo una profonda, immensa pietà per la sua miseria.
Ha sprecato gli ultimi anni a cercare di spezzarmi anziché darmi un briciolo di affetto. È un peccato, perché io so di poter donare amore a qualcuno che lo merita, invece lei non è riuscita a ottenere nemmeno il mio rispetto. Forse la mia paura, ma nemmeno quella in fondo se oggi sono qui per dirle addio per sempre.
“Non ti telefonerò mai, Natalie,” ribatto e la mia voce esce ferma, dura. “Mi hai ripetuto per anni che il sangue non mente, che io sono una Walker e che finirò come mia madre. Ma ti sbagli di grosso. Ho lavorato e continuerò a lavorare sodo per non finire come lei. E come te.”
Natalie sbatte la tazza sul tavolo, mettendosi in piedi con il viso contratto dall’ira.
“Come osi…” prova a dire, ma io la interrompo.
“Hai avuto l’occasione di avere qualcuno che ti voleva bene e l’hai miseramente sprecata. Tutto poteva andare meglio per entrambe, ma tu non ci hai nemmeno provato. Addio.”
Prendo il borsone ed esco dall’appartamento senza voltarmi indietro. Oltre la porta sento Natalie che urla qualcosa, ma non mi interessa.
Arrivo alla fermata e l’autobus mi porta dritto all’aeroporto internazionale di San Francisco. Ho dato fondo a tutti i risparmi per comprare il biglietto aereo, eppure in questo momento mi sento la persona più ricca del mondo. Cammino attraverso il terminal delle partenze a testa alta e con il cuore pieno di speranza.
Passati i controlli di sicurezza, mi reco al gate e appena è l’ora mi metto in fila per salire sull’aereo. Una volta a bordo, mi accomodo vicino al finestrino e appena decolliamo fisso San Francisco che diventa sempre più piccola, fino a sparire coperta dalle nuvole.
Ho diciassette anni, non ho una famiglia, non ho soldi e ho subìto molte cose brutte, eppure oggi mi sento una persona forte.
Seattle mi aspetta.
La Albers School mi aspetta.
E io sono pronta a prendermi tutto quello che la vita mi ha negato fino a oggi, senza chiedere il permesso a nessuno.
