Se la felicità… avesse contato fino a dieci
Una novella di Chiara Parenti
Esiste un universo parallelo dove le calze si smagliano lo stesso ma il curriculum non finisce nel cestino e i lunedì hanno il sapore della cioccolata con tripla panna. È un universo che dista solo dieci secondi da quello in cui viviamo.
In quel mondo, Matilde non esplode. Si ferma. Respira. E invece di incenerire il motociclista che quasi la investe, lo guarda negli occhi. Quel motociclista è Alessandro, e quel silenzio di dieci secondi cambia tutto: le porte si aprono, le rivalità si sbiadiscono e l’amore sembra finalmente un porto sicuro.
Ma la calma è davvero la soluzione o è solo una maschera più elegante?
Questa è la storia di tutto il bello che è rimasto chiuso in una lettera nascosta in un maglione. Il racconto di un’occasione colta, di una vita che avrebbe potuto essere e di un bivio che, nonostante i respiri profondi, torna sempre a bussare alla porta.
Perché a volte, per cambiare rotta, bisogna capire se vogliamo finalmente imparare a stare dentro le righe o se la nostra felicità abita ancora lì, in quel caos meraviglioso dei colori fuori dai margini.
Cosa sarebbe successo se quel lunedì mattina Matilde non fosse fuggita sbraitando?
Questa è la storia di quel bivio.
1.
Il traffico di Firenze è una processione di lamiere e imprecazioni. Cammino come una scheggia impazzita tra vetrine già corazzate di glitter molesti: mancano settimane a Natale ma l’ansia è già qui che mi morde il collo. È quel conto alla rovescia silenzioso che mi ricorda, a ogni passo, quanto poco tempo mi resti per smettere di essere un fallimento.
Il colloquio di oggi dovrebbe salvarmi la vita, o almeno evitare che il mio conto in banca finisca in terapia intensiva. Ho appena inviato l’ultimo WhatsApp minatorio a Cecilia, la mia coinquilina, ancora spiaggiata sul divano in posizione da “ereditiera in rovina” a piangere per l’ennesimo ex. Le ho persino impostato una sveglia sul telefono: “COMPRA IL LATTE O DOMATTINA CI TOCCA PUCCIARE I CEREALI NELLE TUE LACRIME”. Nel nostro frigo c’è così tanto vuoto che l’eco ha fatto le valigie per cercare asilo politico in rosticceria.
Assorta nel mio delirio, mi lancio in mezzo alla strada. La missione è semplice: arrivare puntuale, sembrare una professionista impeccabile e nascondere la disperata che sono. Poi, il caos.
Il suono arriva prima dell’immagine: un urlo di gomma bruciata che squarcia il brusio dei viali. Mi si gela il sangue. Sollevo lo sguardo e il mondo diventa un fermo immagine: una macchia nera scivola lateralmente, puntando dritta verso di me.
Faccio un balzo all’indietro che è un insulto alla grazia, inciampo nel vuoto e collasso sul marciapiede. Atterro con un tonfo sordo, le mani raschiano il granito e il cuore mi schizza in gola. La moto si arresta con un ultimo sussulto meccanico, così vicina che sento il calore del motore irradiarsi sulle gambe.
«Tutto bene?» La voce del ragazzo arriva ovattata, filtrata dal casco. «Mi dispiace, non ti avevo vista, ti sei lanciata all’improvviso e con l’asfalto bagnato è scivolata…»
Il cuore batte così forte che sento il sangue pulsarmi nelle tempie come un pezzo techno fuori tempo. Ignoro la sua mano tesa e inizio il check dei danni, sperando in un miracolo che, ovviamente, non arriva. Io sono intera, okay. Ma le mie calze Gucci stanno rantolando: una smagliatura corre veloce lungo lo stinco come una crepa in un cristallo. Lancio un grido strozzato fissando quel disastro da centoventi euro. Erano la mia armatura. Le ho comprate saltando la cena per tre settimane pur di presentarmi al colloquio travestita da persona adulta e funzionale, e ora sono solo un ammasso di nylon distrutto.
Sento la solita scarica di adrenalina cattiva che risale dallo stomaco. L’offesa è pronta sulla punta della lingua, l’imprecazione è già in canna. Ho la bava alla bocca e un ruggito che scalpita: un cocktail micidiale di bestemmie toscane e sentenze di morte per lui e per tutta la sua stirpe di centauri da strapazzo.
Sto per scattare in piedi come una molla caricata a odio puro, quando il mio sguardo sbatte contro la vetrina di fronte. C’è il poster gigante di una modella per un profumo. Ha i capelli di un rosso irlandese meraviglioso, la postura impeccabile e quel mezzo sorriso sereno di chi non ha mai dovuto preoccuparsi dell’affitto. È identica a mia sorella Melissa.
Di colpo la rabbia viene sequestrata da un dolore sordo che mi mozza il fiato. Sembra quasi che quella Melissa di cartone mi guardi dall’alto in basso per dirmi: «Vedi, Matilde? Sei sempre la solita: per terra, spettinata e furiosa col mondo».
Il Natale incombe, e con lui il rientro di Melissa. Questione di giorni e mi ritroverò di nuovo sotto la sua lente d’ingrandimento, osservata come un reperto difettoso mentre lei sorseggia un tè matcha raccontando quanto sia scintillante la sua carriera a Dubai. Mi vedo già al cenone: tutti a pendere dalle sue labbra e io che avrei dovuto giocare la mia unica carta, questo colloquio, solo per poter dire: «Sapete, ho iniziato un nuovo progetto… responsabilità, riunioni, le solite cose». Volevo un titolo, un incarico, qualunque cosa mi salvasse dal ruolo di quella il cui unico contributo alla conversazione è un misero: «Qualcuno mi passa il sale?».
E invece, eccomi qui.
«Ti sei fatta male?!» mi chiede il motociclista, strappandomi ai pensieri. Lo guardo armeggiare col cinturino del casco per sfilarlo, mentre combatto la voglia di polverizzarlo. Ma quando finalmente libera il volto, resto col respiro a metà.
Non ha affatto l’aria di un pirata della strada. Ha lineamenti decisi, i capelli scompigliati e un’aria che non ha nulla di minaccioso. Ma sono i suoi occhi a darmi il colpo di grazia: scuri, limpidi, mi fissano con una tenerezza così spiazzante che mi sento improvvisamente nuda. Maledizione. Ha lo sguardo di chi si sta prendendo tutta la colpa del mondo e questo mi impedisce di vomitargli addosso il veleno.
Avrei preferito un arrogante, uno di quelli a cui puoi urlare contro finché non ti sanguina la gola. Invece è qui, con quella faccia da cucciolo di Labrador che ha appena rotto il tuo vaso preferito. La sua gentilezza mi scortica la pelle più del granito.
C’è un istante di sospensione. Il silenzio di Firenze sembra pesare quintali mentre lui resta lì, a metà tra me e la sua moto. «Ti… ti posso aiutare?» azzarda, allungando una mano guantata.
È il bivio. Da una parte c’è la mia amigdala che urla al tradimento, un cervello da rettile che vorrebbe solo mordere e scappare. Dall’altra c’è “Mel”, il fantasma di mia sorella che mi fissa dal poster con la sua perfezione imperturbabile. Sento un rigurgito d’orgoglio: non posso arrivare a Natale ed essere ancora una volta quella che “ha avuto una crisi isterica in mezzo alla strada”.
In quella mano tesa vedo l’unica via d’uscita per non dare ragione alla Melissa di cartone. Stavolta, il film deve avere un finale diverso.
2.
La mia mano si chiude sulla sua con la grazia di un orso che tenta di acchiappare una farfalla. Mi tiro su fluida come un robot di prima generazione con le giunture arrugginite. Intanto il panico, quello vero, decide che è il momento perfetto per fare il suo ingresso trionfale.
«Okay, sono in piedi» farfuglio, iniziando a girare in tondo come un pollo senza testa. «Ma guarda qui! Sono le otto meno dieci, il colloquio è tra venti minuti e ho una smagliatura che risale la coscia come un rampicante. Non ho un ricambio, non ho tempo per tornare a casa e i negozi sono tutti chiusi!» Le parole escono a raffica, un vomito d’ansia che gli rovescio addosso senza pietà. «Tutto per colpa tua e di questo lunedì infame! Se perdo il posto, il mio Natale sarà un lunghissimo piano sequenza di me che servo lo zampone in silenzio, mentre mia sorella mi spiega come si gestisce il marketing a Dubai in groppa a un fottuto dromedario!»
Mi fermo un secondo solo per recuperare ossigeno, pronta al secondo round, quando sento le sue mani. Lui fa un passo avanti e mi afferra per le braccia. La presa è solida, quanto basta per interrompere il cortocircuito.
«Ehi, guardami» dice, gentile ma fermo. Ha una voce calma che mi arriva come un colpo basso. «Respira, o mi svieni qui davanti prima di finire l’elenco dei motivi per cui mi odi.»
Sollevo lo sguardo e quei maledetti occhi scuri mi costringono all’immobilità.
«Senti, ho la moto e conosco ogni buco in centro, tu però devi avere il fegato di salire. Ti porto in tempo e prima scoviamo un posto per le calze. Consideralo il mio modo per evitare… il documentario sui dromedari. Ti fidi?»
«Fidarmi?» ripeto, con un residuo di acidità che però suona decisamente meno convinto. «Mi hai appena abbattuta come un birillo!»
Lui accenna un mezzo sorriso, una scintilla di divertimento che gli danza nelle pupille. «Tecnicamente ti sei abbattuta da sola per lo spavento, io ho solo offerto la scenografia. Sali, o tua sorella vincerà per forfait» taglia corto, indicando la sella mentre infila il casco.
«Ma le calze dove…» Indico lo stinco come se fosse una ferita di guerra.
«So dove andare. C’è un’edicola-tabacchi qui vicino, la signora vende tutto: dai biglietti dell’autobus ai santini di Padre Pio. Se voliamo, le compri, ti cambi e andiamo al colloquio.»
Lo guardo come se avesse suggerito di scalare il Duomo in infradito. «Un’edicola? Vuoi che mi presenti davanti al Presidente della Fondazione Marchi con delle calze comprate tra un pacchetto di cicche e un Gratta e Vinci?»
Mi studia con una calma clinica, come se potesse vedere, oltre la smagliatura, anche tutti i graffi che ho dentro. «Posso sapere come ti chiami?» azzarda. Il modo in cui lo chiede trasforma la domanda in un invito a deporre le armi.
«Matilde» rispondo, e odio il fatto che la mia voce sia uscita così sottile.
«Io sono Alessandro. Piacere.» Fa un passo avanti e si china leggermente verso di me. «Ascolta, Matilde: il presidente della Fondazione non vedrà le tue calze, vedrà come entri in quella stanza. Se lo farai pensando di essere un disastro, lo sarai. Ma se entri sapendo di aver vinto una guerra contro un lunedì schifoso, avrai già il posto in tasca. L’eleganza è in quel fuoco che hai negli occhi, non nel nylon.»
Mi fissa un istante di troppo, poi l’angolo della bocca si solleva in un sorriso furbo. «Quindi: o il Gratta e Vinci dell’edicola o lo zampone con tua sorella. Scegli.»
Non rispondo. Afferro il casco che mi porge e salto sulla sella. Il motore ruggisce e un istante dopo Firenze diventa una scia di colori sfocati. Lui guida come se la strada fosse un’estensione del suo corpo, piegando tra le macchine con una precisione millimetrica. Io mi tengo stretta ai suoi fianchi, cercando di ignorare il battito del cuore contro la sua schiena.
A un certo punto, frena bruscamente davanti a un chiosco verde. «Vado io, tu resta qui!» grida. Lo vedo gesticolare freneticamente con l’edicolante e riemergere dopo trenta secondi con un pacchetto di plastica dorata.
«Nero, 70 denari, taglia M: spero vada bene.» Me le lancia con la precisione di un quarterback.
«Ma dove mi cambio, in mezzo alla strada?»
Lui indica un angolo buio dietro il chiosco. «Io faccio da palo: sbrigati mancano dodici minuti.»
Mi fiondo dietro l’edicola. Non c’è tempo per lamentarmi della consistenza sospetta di questo nylon da due soldi o del metallo gelido della saracinesca contro la schiena. Sfilo le Gucci distrutte con la rapidità di un trasformista ed esco che sto ancora infilando una scarpa. Alessandro mi porge il casco senza dire una parola e io ci infilo la testa, rinunciando ufficialmente a ogni idea di acconciatura.
«Tieniti stretta» ordina.
Non me lo faccio ripetere: gli circondo la vita e il mondo sparisce.
Alessandro non guida, danza. Conosce Firenze come se l’avesse disegnata lui: evita i viali intasati e si infila in vicoli talmente stretti che sento il pedale della moto sfiorare gli stipiti in pietra. «Era appena arancione scuro» mi rassicura dopo aver bruciato un semaforo. Per lui il codice della strada è solo un insieme di suggerimenti amichevoli.
Tengo gli occhi chiusi per metà del tempo ma non è solo per la velocità. È che restare così, aggrappata a lui, mi fa uno strano effetto. È solido, emana un calore che vince il vento di dicembre e profuma di buono, di pulito. Avrebbe potuto cavarsela con due scuse e lasciarmi lì a imprecare, e invece è ancora qui, impegnato a trasformare la mia giornata storta in una missione personale. Sorrido contro la sua schiena: sembra Superman ma col chiodo di pelle.
Alle otto e nove spaccate freniamo davanti a un portone monumentale in via de’ Tornabuoni.
«Vai a prenderti quel posto, Matilde. Ricordati che hai appena cambiato outfit dietro un’edicola in due minuti netti nel gelo di dicembre. Dopo questo, il colloquio è una formalità.»
Gli sorrido, sentendo il calore risalire sulle guance. «Magari lo aggiungo tra le skill nel curriculum.»
«Alla Fondazione apprezzeranno.» Alessandro ridacchia e mi lancia un’ultima occhiata complice. «Dai, vai… che tua sorella sta già perdendo uno a zero.»
Mi sistemo il bavero del cappotto, cercando di recuperare la dignità seminata tra i vicoli. «Io…» farfuglio. Vorrei chiedergli il numero, vorrei sapere chi è ma l’orgoglio mi tiene in ostaggio. «Tu… vai al lavoro adesso, suppongo» azzardo, rigirandomi il casco tra le mani.
Lui non risponde subito. Resta a guardarmi con un’espressione che non riesco a decifrare ma che mi fa desiderare di mandare all’aria colloquio e carriera solo per restare altri cinque minuti.
«No. Ti aspetto qui.»
La risposta è così secca che resto a bocca aperta. «Mi aspetti?»
«Sì.» Mi sorride, divertito dalla mia faccia sconcertata.
«E… non hai da fare?» insisto, mentre il cuore decide di fare un altro paio di capriole. «Non vorrei averti rovinato la mattinata. Avrai degli impegni, un ufficio, un… qualcosa.»
Spegne il motore e il silenzio che segue è più rumoroso del traffico intorno. Alessandro mi fissa e nei suoi occhi passa uno scintillio nuovo. Sembra aver preso una decisione drastica e sentirsene sollevato perché si appoggia al manubrio, rilassando le spalle. «La cosa che dovevo fare stamattina può aspettare che tu abbia finito lì dentro.»
Lo guardo senza capire ma lui non aggiunge altro. Si limita a un cenno incoraggiante verso il portone. Gli restituisco il sorriso insieme al casco, giro i tacchi e mi avvio. Non ho bisogno di voltarmi per sapere che è ancora lì: sento il suo sguardo piantato nella schiena, pesante e sicuro come un’ancora.
3.
Varcare la soglia della Fondazione Marchi è come entrare in un caveau blindato dove il tempo si è fermato al 1950. L’aria è ferma, filtrata, con quel vago sentore di carta antica che ti pizzica il naso. Mi sistemo le calze dell’edicola che sotto i neon della reception emettono un bagliore radioattivo che stride ferocemente con il rigore millimetrico di questo tempio del denaro, nessun colloquio serio dovrebbe mai tollerare e cerco di darmi un contegno mentre il cuore prova a tornare a un ritmo compatibile con la vita.
Il Dottor Tancredi mi riceve in uno studio che sembra uscito da un film in bianco e nero. È un uomo calvo, con una testa perfettamente sferica che riflette la lampada ministeriale sulla scrivania e un paio di occhiali appesi a una catenella d’oro.
«Prego, Matilde, si sieda» dice, con voce ruvida.
Mi siedo, ancora carica di quell’energia elettrica che mi ha trasmesso Alessandro e mi sento come una Ferrari parcheggiata in un museo delle carrozze.
«Vedo che è laureata in Beni Culturali» esordisce lui, esaminando la mia pratica con una lentezza cerimoniale. «Noi cerchiamo una figura per il nostro progetto di digitalizzazione del Fondo Storico. Sa cosa significa, vero?»
«Certamente» rispondo, sfoderando il mio sorriso migliore, quello che di solito riservo alle situazioni disperate. «Significa traghettare il patrimonio nel futuro, rendere fruibile l’invisibile.»
Tancredi solleva lo sguardo, quasi sorpreso da tanto entusiasmo. «In un certo senso, sì. Ma sarò onesto: non è un lavoro per tutti. Si tratta di passare le giornate nel nostro archivio sotterraneo. Abbiamo cinquantamila faldoni che attendono di essere scansionati, catalogati e inseriti nel database. È un lavoro che richiede una pazienza… monastica. Niente distrazioni, solo lei e il respiro della storia. Pensa di poter reggere il silenzio?»
«Il silenzio è dove si concentra il pensiero migliore» blatero ma lo faccio con una convinzione che stupisce persino me. Sto recitando la parte dell’intellettuale tutta d’un pezzo ma detto da una che ha bisogno di un podcast in sottofondo anche per lavarsi i denti, è praticamente una dichiarazione di guerra alla mia stessa natura.
Tancredi annuisce, visibilmente colpito. «Ottima risposta. Sa, la qualità del tempo che si passa sui documenti vale molto di più della quantità di stimoli esterni a cui siete abituati voi giovani oggi. Mi piace il suo spirito, è… posata.»
Posata. Io. Che dieci minuti fa ero aggrappata ai fianchi di uno sconosciuto mentre bruciavamo un semaforo “arancione scuro”.
Se Tancredi sapesse cosa c’è dietro questa facciata da bibliotecaria impeccabile, probabilmente chiamerebbe la sicurezza. Ma mentre lo guardo sistemarsi gli occhiali, mi tornano in mente le parole di Alessandro. L’eleganza è in quel fuoco che hai negli occhi.
Aveva ragione lui. La vera prova di forza non è stare seduta qui a recitare la parte della monaca dell’archivio ma essere arrivata fin qui nonostante la mattinata avesse deciso di sgretolarsi sotto i miei piedi prima ancora di cominciare.
«Le darò una possibilità, Matilde. Il contratto è per sei mesi e comincerà tra due settimane, il tempo di formalizzare tutto. Benvenuta alla Fondazione.»
Il presidente mi tende una mano fredda e sottile che io stringo sentendo il peso di cinquantamila faldoni che mi cade sulle spalle. Ho vinto. Ho il posto prestigioso, la scrivania in via de’ Tornabuoni e la certezza che a Natale non farò scena muta di fronte all’Inarrivabile.
Esco dal portone monumentale e mi sembra che Firenze abbia cambiato saturazione, i colori sono più accesi, l’aria meno gelida. Sono così carica di adrenalina che potrei alimentare l’illuminazione pubblica di tutta la città con un solo dito.
Alessandro è ancora qui, appoggiato alla moto come se non avesse nient’altro da fare che aspettare me. «Allora?» mi grida, mentre mi avvicino. «Zampone o vittoria?»
«Vittoria!» esclamo. «Mi hanno presa!»
Lui esplode in un sorriso così pulito che per un attimo mi destabilizza. Sono abituata a ragazzi che, davanti a una mia bella notizia, avrebbero risposto con un “Ah, brava. Senti ma per stasera?” o che avrebbero iniziato a lamentarsi del loro capo per spostare l’attenzione su di sé. I “casi umani” che colleziono di solito mi trattano come un accessorio o come una valvola di sfogo.
Eppure, eccolo qui: Alessandro sembra sinceramente felice. Mi ricorda Giulio, il compagno di Melissa: perfetto, centrato, quel tipo di uomo che non sbaglia mai un congiuntivo o un regalo di Natale. Insomma, un ragazzo da “Melissa”.
E la domanda vera è: ma io cosa c’entro con uno così?
«È una notizia fantastica, va festeggiata! Hai voglia di vedere Firenze da dove non l’hai mai vista?» Si infila il casco ma prima di abbassare la visiera mi fissa con un’intensità che mi toglie il fiato. «Ti va un giro vero, di quelli che ti fanno dimenticare anche come ti chiami?»
Immagino sia una follia salire in sella con uno sconosciuto che mi ha quasi investita due ore fa. Ma oggi ho le calze lucide di un’edicola, un contratto in una fondazione prestigiosa e un uomo che sembra uscito da un fumetto della Marvel che per qualche oscuro motivo mi guarda come se fossi la persona più interessante del pianeta. Quando mi ricapita una giornata così?
«Okay» dico, cercando di sembrare disinvolta mentre afferro il casco. «Però devo chiedertelo: per caso sei un serial killer? No, perché sarebbe un vero peccato rovinare la media della giornata con il mio omicidio proprio adesso che stavo iniziando a divertirmi.»
Lui ridacchia, un suono basso che mi vibra nello stomaco. «Un serial killer? Beh, se avessi voluto sbarazzarmi di te, ti avrei lasciata sul marciapiede con le calze rotte. Quello sì che sarebbe stato un delitto efferato…» Mi porge il casco e mi fa segno di salire. «Reggiti forte, adesso ti porto dove il rumore del mondo non arriva.»
Alessandro spalanca il gas e la moto risponde con un ruggito che sembra mangiarsi l’asfalto. Ben presto Firenze sparisce e la strada inizia a salire, piegandosi tra i boschi che portano verso il Mugello. L’aria diventa gelida, profuma di resina e neve fresca. Io sono stretta a lui, inondata da una strana, violenta appartenenza a questo momento.
4.
La moto si ferma con un ultimo sussulto davanti a una locanda di pietra che sembra uscita da una fiaba dei fratelli Grimm, incastrata tra i faggi come se le radici la tenessero ferma per non farla scivolare a valle. L’aria qui è diversa: punge i polmoni come cristallo ma pulisce i pensieri meglio di qualsiasi terapia. C’è un silenzio antico, interrotto solo dal vento che fischia tra i rami spogli e dall’odore selvatico della terra in letargo.
Entriamo avvolti da una nuvola di vapore e dal crepitio del legno che brucia nel camino, è un caldo denso, che sa di resina bruciata e vino speziato.
Ho il cuore che batte ancora a tempo con il motore, le mani che mi tremano per l’eccitazione. Vorrei mettermi a urlare, abbracciare la cameriera, saltare sui tavoli e raccontare a tutti che ho appena sfidato la gravità.
Non appena però mi siedo al tavolino di legno vicino al fuoco con Alessandro davanti, l’incantesimo si incrina. L’adrenalina della corsa evapora, lasciando spazio al mio solito meccanismo di difesa: il terrore di rovinare tutto.
Ma che sto facendo?, mi urla una voce nella testa. Davvero, cosa ci faccio qui?
Certe cose non succedono a me. Le giornate che iniziano con un disastro finiscono con un pigiama di pile e un gelato mangiato direttamente dal barattolo, non in una locanda sperduta nel nulla con un uomo che sembra disegnato dal destino. Devo stare attenta, devo misurare le parole, sorridere il giusto e non essere la solita impedita. Insomma, non devo essere me.
Alessandro si sfila il casco con un gesto fluido, i capelli appena scompigliati e quell’aria di chi è a casa ovunque, io invece inizio subito a tirare su i muri della mia fortezza.
Mi siedo con la schiena dritta come un fuso, incrocio le gambe sotto il tavolo e nascondo dentro la scollatura del vestito la collanina di Peter Pan che porto al collo. Era un regalo di mia nonna di un bel po’ di compleanni fa, un ammasso di ciondoli che oggi mi sembra troppo infantile per la donna che sto cercando di interpretare: ci sono una stellina, il Big Ben, Trilli, un cristallo Swarovski azzurro e quella piastrina tonda con l’incisione “Think Happy Thoughts”. Fai pensieri felici. Ma in questo momento, l’unico pensiero felice sarebbe scaricare un aggiornamento istantaneo che mi trasformi in una donna di mondo, eliminando tutti i bug della mia personalità.
Sistemo i lembi del vestito e studio il menù come se contenesse le risposte ai dubbi dell’universo.
«Una tisana ai frutti di bosco, grazie. Senza zucchero» dico alla cameriera con un tono così distaccato che fatico a riconoscermi. Sembro una che non ha mai mangiato un carboidrato dopo le sei di sera in vita sua, mentre dentro sto ancora urlando per la piega dell’ultima curva.
Alessandro annuisce, la mascella di colpo contratta in un’espressione quasi solenne. «Per me un tè verde, grazie.»
Restiamo lì a fissare le venature del legno e io scalpito, la sedia scotta. Sento il bisogno di parlare, di riempire il vuoto prima che la “vera me” esploda.
«Certo, vedessi, l’ambiente alla Fondazione è… stimolante» esordisco, picchiettando l’indice sul tavolo. «Catalogherò pezzi unici, capisci? È il primo passo verso una carriera solida, finalmente. Niente più incertezze, solo un binario dritto e sicuro…»
Alessandro solleva lo sguardo, osservandomi con una profondità che mi mette a nudo. «Catalogare è un modo per mettere in salvo la memoria di qualcuno. In fondo, siamo tutti la somma dei ricordi che decidiamo di tenere in ordine.»
Mentre annuisco con compostezza, il mio sguardo scivola oltre il vetro appannato della finestra. Fuori, parcheggiata contro il profilo scuro dei faggi, c’è la moto. È una bestia di metallo nero e muscoli meccanici che sembra guardarmi con sfida.
In un istante, sento di nuovo la vibrazione del motore tra le cosce, il sapore del vento gelato sulla faccia e quella sensazione di onnipotenza che non ha proprio niente a che fare con i faldoni polverosi e il Dottor Tancredi.
«Sì, vero, la somma dei ricordi… bellissimo…» esclamo e sento la mia voce che deraglia, salendo di un’ottava.
E poi la diga cede. Non riesco più a sostenere quel tono da persona risolta, è una menzogna che mi scotta in bocca. Allora comincio a gesticolare, gli occhi spalancati. «Ma la verità è che non me ne frega niente dei faldoni ora! Ale, guarda quella cosa lì fuori» dico indicando la moto. «Quel giro… è stata la cosa più incredibile della mia vita. Non so come tu faccia ma guidi da dio. Mi sentivo… elettrica! È un proiettile, è stupenda, sembra che ti legga nel pensiero! Mi hai fatto vedere un pezzo di mondo che non sapevo nemmeno esistesse a due passi da casa mia!»
Mi fermo, col fiato corto, rendendomi conto di aver appena disintegrato la mia immagine “posata”. Lui però non si muove, non ride.
Ecco, ora si alza, chiede il conto e mi molla qui. Non potevo trattenermi invece di esplodere così? Perché non riesco mai a essere la versione sobria e contenuta di me stessa, quella che non si entusiasma come una bambina davanti a un frammento di vita che brilla un po’ più degli altri?
Alessandro è immobile a guardarmi così a fondo che mi sento nuda. Sul suo volto passano ombre che non riesco a decifrare. Poi mi sorride ma è un sorriso triste. «Se non ti avessi incontrata stamattina» esordisce e la sua voce ha una vibrazione nuova, «a quest’ora l’avrei già venduta. Quando ti ho vista volare su quel marciapiede ero a un chilometro dalla concessionaria per lasciarla lì e non riprenderla mai più.»
Il cuore mi manca un colpo. «Cooosa?» sbotto, quasi rovesciando la tisana. «Ma sei pazzo? E perché?»
Alessandro fa per rispondere, lo sguardo che cade sul mazzo di chiavi appoggiato sul tavolo ma io sono più veloce. Con un guizzo degno di un ninja, allungo la mano e le agguanto. «Queste le tengo io» dichiaro, stringendole nel pugno con un sorriso di sfida. «Se provi davvero ad andare in quella concessionaria, giuro che le lancio nel fiume qui fuori. Ti ci vedi a ripescarle in mezzo alle trote con questo freddo?»
Lui resta un attimo a bocca aperta, spiazzato. Poi scuote la testa e un sorriso amaro gli compare sul volto, mentre si appoggia allo schienale della sedia. «Sei incredibile» mormora, guardandomi come se fossi l’unica nota fuori posto in uno spartito che credeva di aver imparato a memoria. «Perché ti importa tanto?»
Resto un attimo in silenzio, sentendo il metallo delle chiavi che si scalda nel mio pugno. Ora l’adrenalina lascia il posto a una strana lucidità. «Si vede lontano un miglio, sai?» dico, con la voce che mi trema appena. «Da come la tocchi, da come la guardi… non è solo una moto. È il tuo modo per scappare da tutto, per essere te stesso e basta, senza dover rendere conto a nessuno. È… quella roba che ti fa sentire libero davvero, senza chiedere il permesso.
Lui non dice niente, mi guarda come se stessi leggendo un libretto d’istruzioni che credeva di aver nascosto bene. Quel silenzio mi imbarazza, così aggiungo qualcosa che non dovrei dire. «Ti capisco perché io un posto così non l’ho mai avuto. Ho passato la vita a cercare di stare composta, a cercare di essere come mia sorella. L’unica che mi faceva sentire “normale”, senza dover recitare una parte, era mia nonna.» Mi fermo un istante, fissando il fuoco. «Adesso è su una sedia a rotelle e non parla più. E quel silenzio mi fa impazzire, perché non ho più nessuno a cui dire che… beh, che ho una paura fottuta di non farcela. Vederti rinunciare alla moto, che è l’unica cosa che urla chi sei davvero, mi sembra un suicidio. Non farlo. Non chiuderti in silenzio anche tu, ti prego.»
La mano di Alessandro, che prima tamburellava nervosa, si ferma sul legno del tavolo, quasi a cercarvi un appiglio. Abbassa lo sguardo sulla tazza di tè ormai fredda. Quando sospira, è un suono lungo che sembra svuotargli il petto da un peso che portava da ore. Indica la moto attraverso il vetro appannato della locanda. «Hai ragione, è l’unica cosa che mi fa sentire vivo ma è anche il mio peccato originale.»
Prende un respiro profondo, lo sguardo fisso nel vuoto. «I miei si sono trasferiti dalla Puglia a Firenze solo per me. “Tutto per il tuo futuro, Ale”, me lo ripetevano ogni giorno come un mantra. Mi sentivo un investimento, più che un figlio. Dovevo essere il migliore, il più bravo, quello che avrebbe riscattato i loro sacrifici. E io ci provavo, giuro ma dentro stavo soffocando.»
Si tormenta le dita, la voce che scende di tono fino a farsi un sussurro roco.
«Alla fine, le gare clandestine diventarono la mia valvola di sfogo. Di notte correvo per riprendermi tutto quello che di giorno mi veniva tolto. Mi sentivo onnipotente. Una volta però, ho bevuto troppo. Ho preso una curva troppo larga e ho centrato un’auto. Un muro di cinta è venuto giù, lamiere ovunque e un uomo… un uomo è rimasto tra la vita e la morte per settimane. Solo perché io avevo bisogno di sentirmi vivo.»
Si ferma. Il silenzio nella locanda si fa densissimo, interrotto solo dallo scoppiettio secco del camino che sembra sottolineare la durezza delle sue parole.
«Mio padre ha venduto tutto quello che aveva per pagare avvocati e risarcimenti. Non mi ha urlato contro, mi ha solo guardato con una delusione che mi ha bruciato l’anima. Mi ha spedito giù in Puglia per un anno, dai parenti, come si fa con le cose rotte che non vuoi avere sotto gli occhi. È lì che ho iniziato la terapia e ho deciso di studiare psicologia: volevo capire come avessi potuto trasformarmi in quel mostro egoista.»
Si ferma un istante, e l’ombra di quell’anno lontano gli attraversa lo sguardo.
«Avevo anche bisogno di riparare qualcosa e ho pensato che, se non potevo tornare indietro a quella curva, potevo almeno aiutare qualcun altro a non finirci dentro. Volevo essere… utile. Per smettere di sentirmi soltanto un debito da ripagare.»
Torna a guardarmi e i suoi occhi scuri ora sono pozzi privi di fondo, senza più alcuna difesa.
«Da allora vivo dentro un perimetro di sicurezza che ho costruito centimetro dopo centimetro. Orari fissi, controllo, niente imprevisti. Ho cercato di diventare l’uomo perfetto per seppellire il ragazzo che ha quasi distrutto una vita. Ma stamattina, mentre guidavo verso la concessionaria per consegnare l’ultima prova di chi ero… sei spuntata tu, con quella tua grinta disperata. Mi ha colpito come hai reagito all’incidente, non hai cercato di darti un contegno, hai urlato la tua rabbia e la tua fame di farcela. In un mondo di persone che recitano una parte — me compreso — tu eri vera. Mi hai scosso, mi hai costretto a fermarmi perché, vedendo te, per un istante ho ricordato cosa significasse non aver paura di sentire tutto.»
Alessandro smette di parlare e il silenzio che segue è quasi irrespirabile. Resto immobile con la tazza ormai gelida tra le mani e mi sento un’idiota per averlo paragonato a Superman o, peggio, al compagno perfetto per mia sorella.
Lui resta lì a fissarmi, quasi spaventato da quello che ha appena detto, come se le parole gli fossero scivolate via prima che potesse fermarle.
E in questo momento non vedo più il cavaliere senza macchia: vedo solo un uomo che si è costruito una gabbia perfetta per non dover fare i conti con quello che ha dentro. Ed è assurdo ma invece di scappare, quella sua crepa mi attira come un magnete. Mi piace perché, in fondo, è rotto anche lui. Mi viene una voglia matta di dargli una scrollata, di spezzare tutta questa solennità che ci sta togliendo l’aria.
«Sei un idiota, Ale» mormoro.
Lo dico con una tale onestà che lui sussulta, guardandomi con gli occhi sgranati.
«Io ho passato tutta la mia vita a cercare di essere Melissa, mia sorella. A sorridere quando volevo urlare, a scegliere la strada “giusta” invece di quella che mi faceva battere il cuore. Mi sono appena fatta assumere per scansionare faldoni polverosi in un seminterrato solo per non sentirmi una fallita davanti allo zampone di Natale! E ora scopro che anche tu, dietro questa facciata da eroe imperturbabile, stai solo cercando di sopravvivere ai tuoi fantasmi.»
Ci guardiamo per un tempo infinito e di colpo l’imbarazzo evapora, sostituito da una complicità feroce.
Abbasso lo sguardo sulle tazze fredde, i resti di una recita finita male. Torno a guardare lui e un angolo della mia bocca si solleva in una sfida silenziosa. «Siamo due pessimi bugiardi, Ale. E questa roba è imbevibile, esattamente come le bugie che ci stavamo raccontando.»
Lui mi fissa per un istante, sorpreso, poi finalmente si scioglie in un sorriso. Fa un cenno alla cameriera: «Senta, lasci stare il tè e l’erba bollita» dice, senza staccare gli occhi dai miei. «Ci porti due cioccolate calde. Le più grandi che ha. E ci metta talmente tanta panna montata che non dobbiamo vedere il fondo della tazza.»
«E un vassoio di quei biscotti burrosi là nella vetrina» aggiungo io, con un sorriso complice che mi scuote fin dentro le scarpe. «Anzi, porti tutto quello che è grasso, dolce e decisamente poco salutare. Tutto quello che mia sorella non mangerebbe nemmeno sotto tortura!»
La cameriera si allontana con un mezzo ghigno e noi restiamo qui a sorriderci come due naufraghi che hanno smesso di fingere di saper nuotare e hanno deciso che, se proprio devono affondare, tanto vale farlo con il sapore dello zucchero sulle labbra.
La cameriera si allontana e noi rimaniamo qui, a sorriderci come se avessimo appena rapinato una banca insieme. Adesso i fantasmi della Puglia e della Fondazione si dissipano nel fumo del camino, lasciandoci soli con la strana sensazione che la vera libertà non sia sfrecciare in moto, ma avere il fegato di ammettere: «Ehi, guarda che sono un casino pure io».
5.
Le cioccolate atterrano davanti a noi con un tonfo promettente. C’è così tanta panna che potrei nasconderci dentro tutti i miei problemi. Alessandro ne sposta una verso di me, poi allunga la mano sul tavolo e la tiene aperta, in attesa. «Ok, cancelliamo tutto» dice con un lampo di sfida negli occhi. «Niente filtri, niente curriculum, niente tisane per far finta di essere persone serie. Ci stai?»
Annuisco, divertita. Poi prendo un respiro profondo e gli afferro la mano. «Piacere, sono Matilde. Sono un disastro ambulante e da sempre, il mio scopo nella vita è cercare di essere il clone di mia sorella per non deludere i miei. Il mio motto ufficiale è “Mai una gioia” e sto per andare a lavorare in uno scantinato solo perché il nome sulla porta fa scena.»
Lui scoppia a ridere di gusto, poi mi stringe la mano, le sue dita calde intorno alle mie. «Piacere di conoscerti, Matilde. Io sono Alessandro. Sono uno psicologo che passa le giornate a fare caffè nel bar dei genitori perché ho combinato un casino così grande da sentirmi obbligato a ripagare un debito infinito. Sono un ex pilota clandestino che ha il terrore di perdere il controllo e che si nasconde dietro frasi fatte e porridge insipidi per convincersi di essere diventato una persona seria. In realtà, non vedevo l’ora che qualcuno mi dicesse che sono un idiota e minacciasse di buttarmi le chiavi della moto nel fiume.»
«Molto piacere, Alessandro-l’Idiota» sorrido, sentendo un calore che non viene solo dal camino.
«Piacere mio, Matilde-Mai-Una-Gioia.»
Adesso iniziamo a parlare davvero. Ridiamo di quanto siamo stati sciocchi a cercare di impressionarci a vicenda con tisane tristi e citazioni colte. Gli racconto della mia invidia cronica per Melissa, che vive a Dubai tra grattacieli e selfie perfetti. «L’anno scorso mi ha mandato una foto di lei che beveva un cocktail con oro commestibile mentre io ero bloccata in ascensore con un vicino che puzzava di cavolfiore» dico gesticolando con un biscotto. «Capisci il divario genetico?»
Gli parlo della mia collezione di casi umani, una parata di disastri sentimentali che riempirebbe un manuale di psichiatria, e sono spiazzata perché, dopotutto, lui non sembra farne parte.
Lui mi ascolta divertito, poi confessa che la sua vita “perfetta” da psicologo è un po’ diversa da come l’aveva immaginata. «In realtà lavoro al bar dei miei in centro» ammette con una scrollata di spalle. «Ma ti dirò, mi piace fare lo psicologo da bancone. Aspetto che i clienti abbassino la guardia col primo morso alla brioche e poi gli faccio la domanda che non vorrebbero sentire. Mi diverte vedere come gli cambia la faccia: è molto più efficace di un’ora di seduta. È incredibile quanto la gente sia disposta a confessarsi davanti a un cornetto caldo.»
«Il barista psicologo? Forte!» esclamo meravigliata, quasi rovesciando la cioccolata. «È una specie di superpotere: uno viene da te per un cappuccino e se ne esce con una crisi esistenziale e la voglia di cambiare vita.»
Lui ride. «Qualcosa del genere, sì» ammette, e il tono della voce scende di colpo, facendosi più profondo. «Ma oggi…» si interrompe e lo sguardo mi inchioda alla sedia. «Oggi credo che quella a cui hanno cambiato i piani sia stata la mia, di vita.»
Il vapore della cioccolata ci avvolge, creando una bolla solo per noi due. Mi sporgo verso di lui, ignorando il baffo di panna che sicuramente mi è rimasto sul labbro. «Davvero, Ale, non venderla. Quella moto non ha colpe, il problema era il modo in cui la usavi per scappare. Ma oggi… oggi era un’altra cosa. Non puoi rinunciarci, è la tua libertà.»
Lui si fa serio, appoggia i gomiti sul tavolo e mi studia. «Sai, forse sei tu quella che dovrebbe aprire uno studio» mormora con un mezzo sorriso. «Mi hai letto in una manciata di ore meglio del mio psicologo in anni.»
«Mi sto allenando per i faldoni della Fondazione!» rido, cercando di alleggerire l’elettricità tra noi. «Scansiono tutto quello che mi passa davanti, è un riflesso incondizionato.»
«Be’, direi che sei già a un ottimo livello.»
«È un dono di natura» aggiungo, dandomi un tono. «Anni di allenamento a interpretare i silenzi passivo-aggressivi di mia zia e le chiamate stringate di Melissa, che riesce a far sembrare un fallimento anche il modo in cui respiro.»
Il suo sorriso si spegne in uno sguardo più denso. Allunga la mano sul legno e, con una lentezza che mi blocca il respiro in gola, afferra la mia.
«È incredibile» sussurra, accarezzandomi il dorso della mano con il pollice. «Stamattina sono uscito di casa convinto di dover vendere la moto per diventare un uomo migliore, o almeno per smettere di sentirmi un disastro. Poi arrivi tu, mi dai dell’idiota e mi convinci che il mio “casino” va bene così com’è. Mi sa che alla fine mi hai dato una mano più tu di quanto abbia fatto io tirandoti su da quel marciapiede.»
Il ritorno a Firenze è un lungo scivolone nel silenzio. La neve ha iniziato a scendere sul serio, di quella che non attecchisce ma rende l’asfalto lucido e tutto il resto ovattato.
Mi tengo stretta a lui, con le mani infilate nelle tasche della sua giacca di pelle e il naso premuto contro la sua schiena. Mi tengo stretta a lui, con le mani affondate nelle sue tasche e il naso premuto contro la pelle della giacca. Sento l’odore della pioggia, del cuoio e di lui. È tutto così fuori programma che ho quasi paura di chiudere gli occhi e ritrovarmi sul marciapiede con le calze rotte.
Quando arriviamo davanti al mio portone, Firenze sembra un set abbandonato. Un orologio pubblico poco lontano segna le undici.
«Guarda che ora si è fatta…» sussurro scendendo dalla sella, ancora un po’ intontita dal freddo e dall’emozione. «Siamo insieme dalle otto di stamattina: credo sia il mio record personale con un uomo senza che uno dei due abbia cercato di fuggire dalla finestra del bagno.»
Alessandro spegne il motore e si toglie il casco, i suoi occhi brillano di una luce nuova. «Sembra una follia, vero?» dice con un sorriso, accorciando la distanza tra noi finché i nostri respiri non diventano una nuvola sola. «Ma mi sembra di conoscerti da una vita, Matilde Mai Una Gioia.»
«Anche a me, Alessandro l’Idiota» rispondo, cercando di darmi un tono per non scoppiare a gridare di felicità.
Lui mi prende le mani tra le sue, stringendole per scaldarle. «Domani ti passo a prendere?»
«Mhm… Oddio, in verità domani ho un sacco di cose da fare… tipo fissare il vuoto per ore e chiedermi se tutto questo è successo davvero.»
Lui ride, poi accorcia l’ultimo centimetro di distanza. Mi prende il viso tra le mani e mi attira a sé.
Poi mi bacia.
È un bacio lento, profondo, uno di quelli che ti tolgono il fiato molto più della velocità. È un “wow” silenzioso che esplode nello stomaco.
«Allora verrò a fissare il vuoto insieme a te» sussurra contro le mie labbra, e il calore della sua voce è l’ultima cosa che mi porto dentro prima di varcare il portone.
6.
I giorni successivi sono un unico, lunghissimo fuori programma fatto di aria gelida e adrenalina che non ne vuole sapere di scendere. È come se per anni avessi vissuto con un fastidioso rumore di fondo nelle orecchie e, all’improvviso, qualcuno avesse premuto il tasto mute.
Ogni mattina trascino al bar Cecilia, che ha ribattezzato Alessandro “l’unico motivo valido per svegliarsi prima di mezzogiorno”.
Lo guardo muoversi tra i vapori della macchina del caffè, elegante nella sua camicia nera, mentre offre pillole di saggezza e sorrisi gentili a chiunque entri. Ma quando i suoi occhi incrociano i miei, il bancone sparisce. C’è un codice segreto tra noi, un’intesa silenziosa che profuma di bosco e velocità, come se sotto le piastrelle del bar corresse ancora l’asfalto di quelle montagne che ormai abbiamo imparato a conoscere a memoria.
Sono così assorbita da questa nuova orbita che ho persino smesso di rispondere ai messaggi di Lisa e Sara. I nostri tradizionali aperitivi, scanditi da litri di Spritz e un catalogo infinito di lamentele sul lavoro, pettegolezzi feroci e sfighe sentimentali, sono finiti in fondo alla lista delle priorità. Il fatto è che non saprei cosa dire: per la prima volta non ho un dramma da vivisezionare. Senza una sfiga fresca da offrire, mi sento quasi un’intrusa nel loro club del “mai una gioia”.
Preferisco l’attesa elettrica di fine giornata, quando la città inizia a svuotarsi e Alessandro abbassa la saracinesca. In quel momento il “figlio ideale” e lo “psicologo da bancone” spariscono, lasciando solo il ragazzo col chiodo di pelle. Allora salgo in sella, gli stringo i fianchi e scappiamo verso le colline, sotto un cielo nero che sembra non finire mai.
E poi c’è il resto. Sotto le coperte il rumore del mondo fuori si spegne del tutto e ci siamo solo noi, le nostre ombre che si mischiano e quel modo di ridere, quasi increduli, ogni volta che ci fermiamo a riprendere fiato. Mi sento finalmente nel posto giusto, anche se so che è una tregua armata.
L’ombra della realtà ha iniziato ad allungarsi. Il Natale incombe, la Fondazione mi aspetta e mia madre ha già inviato nel gruppo di famiglia le foto del centrotavola coordinato alle candele.
Sento che questa bolla sta per scontrarsi con il primo, vero esame: la realtà.
Lunedì mattina varco la soglia della Fondazione Marchi con il rombo della moto ancora nelle orecchie e la pelle che scotta per i baci di Alessandro. Mi sento invincibile.
Almeno finché il Dottor Tancredi non decide di scortarmi nel mio nuovo regno, che scopro trovarsi diversi metri sotto il livello della dignità umana.
Scendiamo una rampa di scale, poi un’altra, e all’improvviso mi sento Dante nel primo canto. L’aria si fa sempre più densa, satura di quell’odore di carta vecchia e muffa che avevo rimosso dopo il colloquio. Mi aspetto quasi di veder spuntare un cartello con scritto “Lasciate ogni speranza, o voi che archiviate”, ma trovo solo una scrivania di metallo grigio anni Settanta e una lampada a neon che ronza come un insetto sotto anfetamine.
Davanti a me, file interminabili di faldoni neri. Cinquantamila, diceva lui. A guardarli ora, sembrano un esercito pronto a seppellirmi viva.
«Ecco qui, Matilde, questa è la sua postazione. Il futuro della Fondazione passa attraverso il suo scanner» dice Tancredi con una solennità che mi fa venire voglia di piangere.
Quando se ne va e il silenzio tombale dello scantinato mi avvolge, capisco tutto in un istante. Ci morirò, qui dentro. Trascorrerò i prossimi mesi a diventare trasparente, nutrendomi di polvere e luce artificiale.
Con un bisogno disperato di ricordarmi che fuori esiste ancora la vita, tiro fuori il telefono. C’è una foto di Alessandro: sorride dietro il bancone e ha scritto: “Ti aspetto per l’aperitivo, reclusa del mio cuore”.
Nella chat di famiglia invece Melissa ha appena postato la foto di lei su un terrazzo a 150 metri d’altezza, con un abito di seta che costerà quanto un mese del mio affitto e un falco addestrato appoggiato sul braccio: “Un po’ di natura selvaggia prima del meeting a Dubai Marina #LifeIsAJourney”.
“Splendida la mi’ campionessa! Orgoglio di babbo, porti il nome della famiglia nel mondo!” scrive mio padre e mia madre gli fa eco: “Melly, quel colore di vestito ti illumina il viso. Sei la nostra stella, che meraviglia di vita che ti sei costruita!”
Prendo un respiro profondo, sentendo l’umidità dello scantinato che mi entra nelle ossa, e digito con dita ferme: “Bellissimo, Melly! Io invece sono appena entrata nel mio nuovo ufficio in via de’ Tornabuoni. La Fondazione è un posto incredibile, un pezzo di storia. Non vedo l’ora di raccontarvi tutto a Natale!”
Invio. Sento il click del messaggio consegnato e un brivido di piacere mi corre lungo la schiena. Non importa se fuori c’è il sole e io sono sepolta viva tra i documenti di un conte del Settecento e se la mia unica compagnia sono i ragni dell’archivio che mi guardano con pietà.
Stavolta la batterò e quando ci siederemo a tavola per lo zampone, avrò un lavoro prestigioso, una scrivania nel cuore pulsante della Firenze bene e, soprattutto, avrò Alessandro.
Per la prima volta in quasi trent’anni, non ho paura del Natale. Lo aspetto come un generale aspetta il giorno della battaglia finale. Ho la mia armatura, il mio alleato segreto, e una voglia matta di vedere la faccia di mia sorella quando capirà che non sono più l’ultima della fila.
Chiudo il primo faldone, lo poggio sullo scanner e premo il tasto. Bip.
La battaglia è appena iniziata.
7.
I giorni si trascinano tutti uguali, una sequenza infinita di fogli ingialliti e storie di tre secoli fa. Ormai la mia realtà è diventata quella del Conte: conosco i suoi debiti di gioco meglio del mio saldo in banca e le sue amanti mi sembrano più reali delle mie amiche. Sto messa così male che inizio a provare una punta di gelosia per una certa Marchesa Beatrice, la sua preferita del 1742. Se resto qui dentro un altro minuto a leggere di parrucche e duelli, finirò per svanire. Allora tiro fuori il telefono e pubblico una storia: un faldone nero, sfocato, con ragnatele che penzolano.
Io, il Conte e l’umidità. La via de’ Tornabuoni che non vi dicono.
#MaiUnaGioia #SepoltaViva
Esco dalla Fondazione che sono le sette di sera. Ho la schiena a pezzi e gli occhi che mi bruciano ma mi impongo di raddrizzarmi non appena incrocio il mio riflesso in una vetrina.
Osservo il cappotto antracite comprato ieri: taglio maschile, spalle rigide, un tessuto così austero da urlare “stabilità professionale”. L’ho scelto apposta per convincermi di essere finalmente quella donna lì: risolta, interessante, all’altezza della perfezione dei Mel. In questo involucro sobrio e rassicurante, mi sento la degna compagna di Alessandro, una che sa stare al mondo senza inciampare.
Eppure, mentre stringo la cintura, sento una fitta di fastidio. Mi vedo spenta, sbiadita come i lungarni quando sale la nebbia. Mi sento travestita da qualcuno che non ha mai riso troppo forte o corso sotto la pioggia ma resto convinta che questo “grigio ordine” sia l’unica corazza per sopravvivere alla cena della Vigilia.
Mentre cammino verso il bar, inizio a ripassarmi mentalmente la sera del 24 sera come se fosse il copione di un film in cui devo recitare la parte della vita, sperando che nessuno tra il pubblico si accorga che sono un’impostora.
Nella mia testa parte già il primo ciak.
Interno sera. Salotto.
Io che entro nel salone di mia madre e, subito dietro di me, come un’apparizione divina tra i vapori del cotechino, c’è lui. Alessandro. Giacca di pelle, profumo di fresco che annienta l’odore di arrosto e lo sguardo di chi ha letto più libri di quanti ne esistano nella libreria di design di mio cognato.
Mia zia Aida resta a bocca aperta, il crostino ai fegatini sospeso a mezz’aria e la mascella che tocca il parquet. Mia madre che passa istantaneamente dalla modalità “povera Matilde, le regaleremo un gatto” a “ma questo chi è, ma l’hanno fatto col pennello?”. E mio padre che stappa il Brunello buono, quello delle grandi occasioni, con gli occhi lucidi come se la Fiorentina avesse vinto lo scudetto al novantesimo. Persino mia nonna, nella sua bolla di silenzio, mi regalerebbe un “brava la mi’ nipote” muto che varrebbe più di mille discorsi.
Giulio inizierà a vantarsi dei suoi investimenti in borsa e Ale, con la sua calma serafica e una citazione ben assestata, lo farà sembrare un bambino che gioca con le figurine.
E infine lei, Melissa. La Divina. Me la vedo, ferma nel suo maglione di cachemire da tremila euro mentre realizza, per la prima volta in vita sua, di non essere più l’unico pianeta abitabile del sistema solare. Sarebbe il mio personalissimo red carpet. Per una sera soltanto, la sfigata della famiglia smetterebbe di fare la comparsa sfuocata per prendersi tutta la scena.
Arrivo al bar con un sorriso ebete da vincitrice del Super Enalotto stampato in faccia.
Alessandro è lì, alla macchina del caffè. Ha la camicia stropicciata e l’aria di chi ha lavorato dieci ore, ma è comunque così bello che dovrebbe essere denunciato per disturbo alla quiete pubblica. Appena mi vede, i suoi occhi si accendono. Si sporge oltre il bancone, mi prende il viso tra le mani e mi dà uno dei suoi baci che mi riportano alla vita dopo una giornata sottoterra, una specie di rianimazione bocca a bocca.
Senza che io debba chiederlo, inizia a prepararmi lo spritz. Lo guardo muoversi con una grazia naturale: sa esattamente che mi serve più bitter che soda e che la scorza d’arancia la voglio schiacciata sul bordo. E quando mi fa scivolare il calice ghiacciato davanti, mi strizza l’occhio.
«Ale» dico, dopo un sorso lungo che mi scende dritto nello stomaco. «Per la cena della Vigilia dai miei… è tutto confermato, vero? Mia madre è ufficialmente impazzita: ha pianificato un menu stellato che neanche Cracco. Pare che ci sarà del tonno in crosta, gamberi in tempura e altra roba chic, solo perché piace a Melissa che è abituata ai ristoranti di lusso… Praticamente una cena di gala per l’ego di mia sorella.» Cerco di ridere ma mi esce un suono strozzato. «L’unica cosa che mi impedisce di darmi malata è immaginare la faccia che faranno tutti quando ti vedranno entrare.»
Lui si ferma. Il panno con cui sta strofinando il bancone si blocca a metà corsa. Non alza lo sguardo, e quel silenzio improvviso è come una secchiata di ghiaccio giù per la schiena. «Tesoro… ne volevo parlare proprio stasera.»
Il mio stomaco fa un mezzo giro su se stesso e lo spritz, improvvisamente, sa di aceto. «Parlare di cosa?»
«È che sono arrivati i miei parenti da Lecce… C’è pure mia nonna» dice, piantando finalmente i suoi occhi nei miei. Ci leggo dentro un “mi dispiace” grande come una casa che mi fa mancare il respiro ancora prima che finisca la frase. «I miei hanno organizzato tutto da settimane. È il primo Natale che passiamo tutti insieme da quando mio padre ha avuto l’ictus. Mia madre… lei ha già iniziato con le cartellate, le orecchiette, le cime di rapa… se non mi presento, la uccido. Letteralmente.»
«Ma Ale, è solo una cena. Potresti venire per il dolce, o… insomma, fare un’apparizione lampo verso le undici. Mi serve che tu ci sia, ho praticamente venduto la tua presenza come l’evento del secolo!» dico e sento la mia voce salire di un’ottava, pericolosamente vicina all’isterismo.
«Non posso, non capisci?» Appoggia le mani sul bancone, e per la prima volta quella sua fermezza che tanto amo mi sembra una prigione. «Io devo stare lì, ci tengono troppo e… non posso dirgli di no per andare a una cena dove lo scopo è far morire d’invidia tua sorella.»
Le sue parole mi colpiscono come uno schiaffo. Far morire d’invidia tua sorella. Alessandro ha appena ridotto la mia grande rivincita a un capriccio infantile e la verità scotta più del veleno.
«Quindi è così?» dico, con una voce che tradisce tutta la mia fragilità. «Mi lasci da sola al patibolo perché devi mangiare le orecchiette con la nonna per espiare i tuoi peccati del 2018?»
«Non è così semplice… È la mia famiglia.»
«Anche la mia è la mia famiglia, Ale! Solo che la mia mi fa sentire una merda e io speravo che tu… che tu fossi dalla mia parte!»
«Io sono dalla tua parte! Ma non sono un accessorio da sfoggiare per una gara di popolarità tra sorelle.»
Mi sento tradita: mi ha lasciata sola al fronte per ricordarmi che, nonostante la giacca di pelle e i baci che sanno di libertà, resta incatenato a quel bancone. Non c’è niente da fare, è un “bravo ragazzo” fino al midollo, e l’obbedienza verso i genitori vince mille a zero contro il desiderio di stare con me. «Certo» dico, afferrando la borsa con uno scatto che fa traballare il bicchiere. «Ho capito perfettamente. La disciplina prima di tutto, giusto? Il figliol prodigo che non può deludere la mamma proprio ora che ha trovato la retta via.»
«Matilde, non fare la bambina, sai benissimo che non è così…»
«Ci vediamo quando hai finito di fare il figlio perfetto, Alessandro.»
Esco dal bar senza finire lo spritz.
8.
Appena varco la soglia, le scarpe di Melissa mi accolgono dall’ingresso: due trampoli di Gucci che sembrano giudicarmi già dal tappetino. Mi sistemo la giacca, controllo che il trucco non sia già colato per l’ansia e attivo la modalità: “Matilde, l’Eletta dell’alta società fiorentina”.
Entro in sala col mento alto, pronta a recitare la parte della vita. Mel è sul divano, un miracolo genetico avvolto in angora bianca, e Giulio sembra appena uscito da un set di Avengers.
«Buonasera a tutti!» esclamo e la mia voce è così squillante che persino la nonna ha un sussulto sulla sedia a rotelle.
Non aspetto nemmeno che mi chiedano “come va”. Mi verso un calice di Prosecco con la sicurezza di un sommelier e pianto i piedi al centro del tappeto. È il momento del monologo.
«Scusate il ritardo ma in Fondazione siamo in pieno delirio. Il Dottor Tancredi — un uomo di una cultura d’altri tempi, davvero — non avrebbe affidato a chiunque la cura dell’archivio segreto del Settecento. Sento il peso di una responsabilità… enorme ma bellissima. Passo le giornate in un ufficio che trasuda Storia, tra studiosi che arrivano da Cambridge solo per una consulenza sui nostri faldoni. È un ambiente inebriante: finalmente la conservazione della bellezza è il mio pane quotidiano.»
Vedo la zia Aida che stringe gli occhi. Mia madre sorride con una speranza che mi fa quasi male. Ma io non mi fermo, ho appena scaldato i motori.
«E poi c’è Alessandro. Oh, dovreste conoscerlo. È uno psicologo clinico con una profondità d’analisi che… beh, ti scava dentro. Ha questa moto, un pezzo… uhm d’epoca, perché rifiuta le omologazioni borghesi. Avrebbe voluto essere qui ma sapete, è il primo Natale dopo l’ictus del padre e il suo senso del dovere, quella sua moralità ferrea da uomo del sud, gli ha impedito di lasciare la famiglia. È un sacrificio che rispetto profondamente. La nostra è una connessione… cerebrale, ci nutriamo di una stima intellettuale che molti definirebbero assenza ma che noi chiamiamo libertà.»
Forse ho un pochino esagerato ma in questo momento mi sento alta quanto Melissa.
Mi siedo a tavola tra papà e la nonna con l’eleganza di una regina in esilio che ha appena riconquistato il trono. Ed ecco che arriva il famigerato tonno in crosta di sesamo, una roba che mi fa schifo solo a guardarla ma non mi fermo e continuo a pontificare sulla differenza tra il “nuovo ricco” e la “nobiltà fiorentina”, usando termini che ho imparato solo ieri mattina cercando su Wikipedia “storia dell’aristocrazia”.
«Certo, Melissa» dico, rivolgendomi a mia sorella con un sorrisetto condiscendente mentre lei spilucca una polpettina al lime. «Dubai deve essere affascinante ma la vera classe… quella non si compra con i petrodollari. La trovi tra le pergamene dei palazzi di Firenze, nel silenzio di un archivio dove ogni battito di scanner è un tributo all’eternità.»
Sono al culmine della performance. Mi lancio in un’arringa sull’ermeneutica del silenzio nell’era della riproducibilità tecnica del documento d’archivio, godendomi l’effetto di quelle parole vuote ma altisonanti sulla mia famiglia. Melissa però, a un certo punto mi interrompe, appoggiando lentamente la forchetta sul piatto di cristallo.
C’è un silenzio improvviso. Giulio le prende la mano e sorride con l’aria di chi sa già che sta per lanciare una bomba atomica su un giardino di azalee.
«Tutto molto affascinante, Matilde ma anche io ho una novità» dice lei, e la sua voce è calma, setosa, letale. «Sono incinta.»
Il mio meraviglioso castello di carte non crolla, implode.
Mia madre scoppia in un pianto di gioia che sembra un’ovazione allo stadio. Mio padre stappa il Brunello che doveva essere per la mia “nuova vita” e lo versa a Thor con le mani tremanti. La zia Aida mi lancia un’occhiata che dice chiaramente: “Hai visto? Lei produce eredi al trono, tu solo chiacchiere”.
In un istante, la Fondazione Marchi diventa un seminterrato umido e Alessandro un barista che mi ha dato buca per mangiare le orecchiette. Sono di nuovo io, la Matilde Mai Una Gioia.
Sotto il tavolo, col cuore che batte un ritmo funebre, scrivo ai miei Sfollower:
Ho appena messo in scena un monologo di quaranta minuti, roba che Shakespeare levati, parlando di archivi nobiliari, carriere internazionali e fidanzati psicologi che scavano nell’anima. Ero l’Eletta, la regina della serata, il riscatto fatto persona.
Poi è arrivata lei. A mia sorella sono bastate due cazzo di parole, “Sono. Incinta”, per nuclearizzare il mio intero impero e riportarmi al rango di comparsa non pagata. Lei produce l’erede al trono, io produco solo anidride carbonica e fuffa intellettuale. Sipario.
#maiunagioia #vogliounaltrogirodibrunello
Il resto della cena è stato un lento, inesorabile martirio. Melissa ha passato tutto il tempo a pontificare sulla cameretta ecosostenibile e sulla maternità pagata, mentre io cercavo disperatamente di infilare qualche aneddoto colto su quei faldoni di merda.
Niente, non gliene frega più nulla a nessuno. Le mie parole ormai rimbalzano contro un muro di indifferenza: sono tornata a essere rumore di fondo. Ogni mio tentativo di nobilitare lo scantinato è stato schiacciato da un nuovo dettaglio sui pannolini biodegradabili. Sono passata dall’essere la stella della Fondazione a “quella che forse, un giorno, potrà fare da babysitter al Principe Ereditario”. Potrei anche annunciare di aver scoperto il Sacro Graal e mi risponderebbero: «Brava Maty, ora però passaci il pane che Mel deve mangiare per due».
All’improvviso, alle dieci passate, suona il citofono. Vado ad aprire con il cuore in gola e lo trovo lì. Ale ha la giacca di pelle, i capelli scompigliati dal casco e una bottiglia di spumante d’annata in mano. «Ho lasciato i miei ai sorbetti» ansima, con un sorriso che mi scioglie. «Non potevo lasciarti sola al patibolo.»
Sono al settimo cielo. Lo abbraccio così forte che rischio di fargli esplodere la bottiglia contro le costole, poi lo prendo per un braccio e lo trascino dentro. È il mio momento. Dopo l’umiliazione del “feto reale”, la mia controffensiva parte in quarta, senza freni.
Lo scaravento in sala con l’orgoglio di chi ha appena calato l’asso pigliatutto, pronta a rastrellare l’intero tavolo e a mandare all’aria la partita truccata di Melissa con il mio Re di Denari. «Gente, finalmente è qui! Lui è Alessandro!» annuncio a tutto volume. Inizio a presentarlo come se stessi leggendo un curriculum vitae d’eccellenza ma con l’enfasi di un imbonitore di piazza: «È uno psicologo brillante, un esperto d’arte che analizza il profondo, parla correntemente tre lingue e… beh, guardatelo, no? È praticamente l’uomo che sussurra… alle anime!»
Lui mi lancia un’occhiata di sbieco, tra il confuso e il “Matilde ma che cavolo stai dicendo?” ma io sono ormai inarrestabile: davanti a questo tribunale familiare, lui è il genio assoluto che deve eclissare la vita in tecnicolor di mia sorella una volta per tutte.
Lo guardo con un orgoglio che rasenta la follia, mentre lui accenna un saluto imbarazzato stringendo la bottiglia. Per un istante, il silenzio che cala nella stanza è musica per le mie orecchie: Melissa ha smesso di ragionare sulle scuole internazionali bilingue e i nidi extralusso, Giulio sembra aver perso un centimetro di bicipite e persino la zia Aida ha dovuto ingoiare l’ultima frecciatina al curaro, congelata come avesse visto un UFO atterrare direttamente sopra quello schifo di tonno in crosta. Scacco matto.
Per i successivi venti minuti, uso Ale come un’arma di distrazione di massa. Ogni volta che l’argomento sembra tornare sul Royal Baby, io lancio un siluro: «Vero Ale? Tu che ne pensi della mindfulness applicata alla gestione dello stress da ufficio?» oppure «Ale, racconta dell’altro giorno nel Mugello…».
Lo osservo: è impeccabile. È gentile, risponde con un garbo che emana autorevolezza, affascina persino mia zia Aida e fa sembrare Giulio un dilettante. Ho vinto, il mio Cinepanettone ha finalmente i titoli di coda che meritava.
Verso mezzanotte, lo accompagno alla moto. Sono euforica, con l’adrenalina che mi scorre nelle vene come Prosecco d’annata. «Hai visto la faccia di Melissa quando hai parlato del tuo master? L’abbiamo disintegrata, Ale! Sei stato perfetto, finalmente ho avuto la meglio su di lei! Mi hai fatto fare una figura incredibile!»
Alessandro si ferma di colpo sotto la luce gialla e malinconica del lampione. Non mi bacia, non sorride neppure. «Una figura incredibile» ripete, e la sua voce ha una sfumatura gelida che non gli ho mai sentito. «Quindi era questo il punto? Usarmi come un fidanzato-trofeo da esporre accanto al servizio d’argento di tua mamma?»
«Ma no, Ale, dai, lo sai… volevo solo che capissero che non sono l’ultima arrivata, che anch’io ho accanto una persona di valore…»
Lui sospira, e in quel suono c’è tutto il peso del mondo. «Matilde, sono scappato da una cena con tutta la mia famiglia, ho deluso mia madre che ha cucinato per giorni e ho sfidato il gelo della notte in moto perché pensavo che tu avessi bisogno di me. Di Alessandro. Non della mia laurea o della mia moto per vincere una gara di ego con tua sorella.»
«Ma io…»
«No, ascolta. Per tutta la sera mi hai brandito come una medaglia da sbattere in faccia a Melissa per la tua vendetta familiare.» Mi pianta gli occhi addosso, e stavolta lo psicologo viene fuori davvero, ma non per aiutarmi. «Comincio a chiedermi se cercavi davvero me, o se ti serviva solo un Superman da collezione per sentirti finalmente all’altezza di una vita che non ti piace.»
Rimane in silenzio per un attimo, poi, con una lentezza che mi gela il sangue, si infila il casco.
Il rumore del motore che si accende nel vicolo è un rombo sordo, un colpo di tosse metallico che mette fine a tutto.
«Buon Natale, Matilde,» dice da dietro la plastica. «Spero che la tua vittoria ti faccia un po’ di compagnia stanotte.»
Ingrana la marcia e se ne va, lasciando dietro di sé solo il vuoto. Resto immobile sul marciapiede nel mio cappotto grigio, con il freddo che mi morde le caviglie e una vittoria inutile tra le mani.
E mentre guardo il puntino rosso della sua moto sparire in fondo alla via, mi sento più vuota di quando sono chiusa nello scantinato a respirare la polvere.
9.
La mattina di Natale Firenze è un blocco di marmo ghiacciato. Mi sono svegliata prima dell’alba con un buco nel cuore, consapevole di essere stata una cretina integrale ieri sera. Prima di scendere, però, ho un debito con la mia unica, vera famiglia disfunzionale.
Cari Sfollower, la notizia del giorno è che Babbo Natale non esiste, ma la mia capacità di radere al suolo tutto quello che tocco è scientificamente provata. Ieri sera ho vinto l’Oscar come Migliore Attrice Non Protagonista in un teatrino umiliante che sono stata io stessa a metter su.
L’amore sarà pure una cosa semplice per gli altri, ma io sono quella che riesce a schiantarsi contro un muro anche stando ferma. Ora vado a sotterrarmi tra i rimpianti e il panettone avanzato. Addio.
#maiunagioianatalizia #campionessadisabotaggio #nataledimerda
Arrivo davanti al portone di Alessandro pronta a buttarmi in ginocchio. Nella mia testa dovevo trovarlo ancora a letto, stravolto dal dolore e con le occhiaie per la notte insonne a pensare a me; invece la porta si spalanca prima che io possa sfiorare il citofono.
Lui spunta fuori in tenuta sportiva: leggings tecnici, giacca a vento fluo e un’aria così scattante che a quest’ora mi sembra un attacco mirato alla mia dignità.
«Ale!» ansimo, mentre il mio fiato crea nuvole di vapore nell’aria gelida.
Lui si blocca di colpo. «Ehi, che ci fai qui a quest’ora?»
«Uhm… scusami, ho fatto un casino, avevi ragione tu su tutta la linea. Ti ho usato per darmi un tono, per sentirmi quella che non sono, e ora.., mi sento uno schifo! Io voglio Alessandro “l’idiota”, quello che mi scorrazza in moto e mi fa ridere nelle locande di sesta categoria. Non me ne frega niente di Melissa, di Dubai o delle aspettative della mia famiglia…»
Mentre lo dico, però, sento come un retrogusto di fiele. È la verità, certo, ma è una verità masticata male. Perché la verità è che vorrei davvero essere quella tipa superiore che se ne frega dei soldi e della gloria, ma intanto il successo di Melissa continua a bruciarmi come acido nello stomaco. Sto scegliendo lui, ed è la cosa giusta, ma una parte di me continua a voler primeggiare su mia sorella.
Lui si ferma e mi pianta gli occhi addosso. «Il punto è che io non sono un trofeo da alzare in faccia a tua sorella, Matilde. Non sono una spada per difenderti o per colpire gli altri e sentirti vincente per una sera.»
Fa un passo verso di me, ed è di nuovo quel ragazzo che mi legge dentro, ma stavolta fa male. «Dovrei essere il posto dove finalmente smetti di combattere, non lo scudo dietro cui nascondi quanto ti senti insicura. Se continui a usarmi per colmare i tuoi vuoti, alla fine non vedrai mai chi sono io davvero. E onestamente, non so se ti interessa nemmeno saperlo.»
Resto lì, colpita in pieno da quella sua lucidità spietata. Mi ha smontata pezzo dopo pezzo, e ora i rottami sono tutti qui, sul marciapiede ghiacciato.
«Certo che mi interessa, Ale!» dico, e stavolta la voce mi trema davvero, senza copioni. «Sei la cosa più bella che mi sia successa da… boh, da sempre, credo. È per questo che ho fatto quel casino ieri sera: sera: avevo paura di non essere abbastanza, di non essere alla tua altezza davanti a loro. Ho cercato di inventarmi un personaggio che fosse “alla tua altezza”, e alla fine ho rovinato tuttoHo cercato di inventarmi una me stessa che potesse meritarti, finendo per perderti di vista.»
Lui mi guarda in silenzio per qualche secondo e il freddo intorno sembra farsi più intenso.
«Matilde, io non ho bisogno che tu sia la migliore» risponde lui, addolcendo appena il tono ma restando serio. «Ho bisogno che tu sia te stessa, senza dover dimostrare niente a nessuno. Se cerchi la tua altezza guardando Melissa, rimarrai sempre piccola. Ma se guardi me, io ti vedo già altissima.»
Le sue parole mi feriscono perché mi costringono a scendere dai trampoli.
Il problema è che io mi sento minuscola e passo le giornate a travestirmi da gigante solo per non sparire. Se smetto di fingere di essere grande, ho paura che di me non resti nulla, solo una Matilde troppo bassa che non sa dove stare.Tiro su col naso, ricacciando indietro la vertigine. «Quindi… possiamo fare pace?»
Lui non risponde subito, resta a fissare un punto imprecisato dietro le mie spalle. Il silenzio si allunga, interrotto solo dal rumore di un’auto che passa in lontananza.
Alla fine sospira, un suono lungo che sembra svuotarlo di tutta la rabbia. Mi guarda, fa un passo avanti, lentamente. «Certo» mormora, a pochi centimetri dalla mia faccia. Il calore che emana il suo corpo mi investe ma lui non mi tocca ancora. «Però niente più maschere, okay?»
Poi, finalmente, cede. Mi attira a sé e mi stringe con una forza che quasi mi mozza il respiro, come se volesse schiacciare tutta la finzione che mi porto addosso. Affondo la faccia contro il tessuto leggero della maglia tecnica, sentendo il battito del suo cuore sotto l’orecchio.
«Bene,» dico io, sentendo il calore che ricomincia a circolare. Inizio a tormentare l’orlo della sua maglia con dita impazienti, mentre lui accenna un sorriso. «Allora adesso torniamo su, ci infiliamo sotto il piumone e…»
Lui ride piano e mi blocca le mani. «Mi piacerebbe, credimi. Ti trovo irresistibile con questa espressione da cucciola indifesa» sussurra, con una carezza. «Ma sono le 6:45 e sono già in ritardo per la sessione mattutina.»
«La sessione di cosa?» chiedo, sperando ancora in un miracolo. «Yoga tantrico?»
«Corsa, meditazione e colazione proteica. È la mia morning routine, Matilde, quello che mi tiene in equilibrio quando tutto il resto – te compresa – cerca di ribaltarmi. Vieni?»
In un momento di puro masochismo indotto dall’amore o forse solo dal senso di colpa, rispondo di sì. Così mezz’ora dopo, siamo lungo l’Arno. Alessandro corre con la grazia di un levriero incurante del vento gelido, io sembro un bulldog con l’enfisema che sta espirando l’anima.
Dopo la corsa, ci fermiamo in un parchetto deserto. Lui si mette in una posizione che chiama “il guerriero” ma che a me sembra solo un modo creativo per farsi venire un’ernia del disco la mattina di Natale.
Quando finalmente torniamo a casa sua, sono convinta che il peggio sia passato, e invece tira fuori un barattolo di roba grigiastra che sembra malta, spacciandola per colazione. «Porridge di avena e bacche di goji» annuncia fiero. Lo guardo in silenzio, oscillando tra l’amore e l’istinto omicida: quella poltiglia emana un odore di cartone umido che mi fa rivalutare il tonno in crosta di mia madre.
Lui mi osserva, vede la mia faccia distrutta, i capelli che sfidano la gravità e il mio sguardo d’odio verso quelle bacche di merda, e scoppia a ridere. Mi prende la ciotola dalle mani e mi bacia la punta del naso. «D’accordo, guerriera, hai vinto tu. Doccia veloce e poi ti porto al bar.»
Pensavo di conoscere ogni segreto del mio ragazzo poi ho scoperto la sua morning routine: corsa all’alba, meditazione estrema e mangime per uccellini spacciato per colazione.
L’amore sarà anche cieco ma la fame è lucidissima. Se mangio un altro seme di chia, inizio a germogliare.
#maiunagioia #morningroutine #vogliouncornetto
10.
Il ritorno dai miei è un brusco atterraggio dopo la mattinata con Alessandro.
Abbiamo fatto l’amore in modo disperato e lento, come per rimediare a tutte le parole sbagliate di ieri sera. Poi ci siamo scambiati i regali, il mio era un portachiavi in argento: «Per non perdere la strada di casa, Ale. Anche quando vai troppo veloce». Lui è rimasto in silenzio a fissare le coordinate della nostra locanda in Mugello incise sul retro, poi ha recuperato una scatola sotto l’albero: «Il tuo kit di pronto soccorso per l’archivio».
Ho riso vedendo la candela profumata per coprire l’odore di muffa e la crema per le mani rovinate dai faldoni. Ma è stato il buono per il massaggio, con il biglietto “Per chi sta troppo china sui segreti altrui e troppo poco sui propri desideri”, a togliermi il fiato. «Ti vedo, tesoro. Anche sotto la polvere», mi ha sussurrato baciandomi la spalla.
Ma l’incantesimo ha i minuti contati. Avvolta nel cappotto antracite, rigido come un’armatura, mi sono rassegnata a venire a casa dei miei. Mamma vuole che siamo tutti insieme per il pranzo di Natale perché «Melly è finalmente a casa!», ma la pace evapora non appena varco la soglia e mi imbatto in mia sorella.
Melissa è seduta sul divano o, meglio, domina lo spazio con una postura impeccabile, mentre sorseggia un tè verde e sfoglia un libro di cinese come se stesse leggendo un settimanale di gossip.
Mia madre mi ha rivelato che «Melly vuole portarsi avanti»: ha deciso di imparare il mandarino durante la gravidanza, così da essere ancora più appetibile sul mercato appena dopo il parto. Ovviamente. Perché un figlio, per lei, è solo un altro obiettivo da ottimizzare in agenda.
Emana quella sicurezza granitica di chi non ha mai dovuto chiedersi se il proprio posto nel mondo fosse meritato perché lei è il mondo.
Mi guarda entrare con i capelli ancora crespi per l’umidità dell’Arno e un’espressione che è un mix tra pietà e distacco.
«Ero con Ale… allora, ti piace? È in gamba, vero?» butto lì, cercando di dare un tono solido alla mia voce.
Melissa finalmente alza lo sguardo, sembra una sfinge. «Non deve piacere a me, deve piacere a te.»
Ed ecco la solita risposta da oracolo di Delfi. Posiziona il segnalibro con una grazia innata, poi mi fissa con quella calma olimpica che mi ha sempre fatto sentire fuori posto. «Il punto, Mati, è che hai trent’anni ma quando entri in una stanza cerchi ancora l’approvazione negli occhi degli altri come se avessi in mano un disegno fatto all’asilo. Quand’è che smetterai di chiederci se sei stata brava e inizierai a crederci tu?»
Sento il colpo basso arrivare dritto allo stomaco. Ecco la sua specialità: smontare i miei castelli di carta con un soffio di gelido pragmatismo.
La mia insicurezza si risveglia, feroce. Mi guardo le mani e mi chiedo se abbia ragione. Alessandro, il lavoro, la Fondazione… sono cose che voglio io o sono solo nuovi “disegni” colorati meglio per convincerla che non sono più la solita casinista? Anche con uno stipendio e un uomo da copertina, davanti a lei mi sento comunque la versione difettosa, quella che aspetta sempre che qualcuno le metta una stella sul diario per sentirsi all’altezza.
Ed ecco che, come se il clima non fosse già abbastanza polare, arriva il carico da novanta: l’ingresso trionfale della Zia Aida. Se Melissa è un bisturi, la Zia Aida è un vecchio machete arrugginito. Indossa un completo di lana cotta che punge solo a guardarlo e ha quella capacità tipica delle ex professoresse di liceo di scovare l’errore blu anche in un sorriso innocente.
«Eccola qui, la nostra archivista di grido!» esclama, dandomi un pizzicotto sulla guancia che sa di condanna a morte. «Bello il ragazzo, molto educato. Certo, un po’… mediterraneo, ecco. Ma mi dicono che lavora nel bar del babbo, poverino. Un peccato, con tutti quegli studi.»
«È uno psicologo, zia. Aiuta i suoi nel tempo libero» tento.
«Sì, sì, certo. Tutti psicologi oggi. Ma dimmi una cosa…» Si china verso di me, abbassando la voce in quel modo teatrale che attira l’attenzione di tutta la stanza, albero di Natale compreso. «Stamattina presto ho fatto una telefonata di auguri alla mia amica Bianca, quella che fa volontariato nel comitato della Fondazione. Volevo vantarmi un po’ della mia nipotina archivista, sai com’è… e lei è rimasta lì, interdetta.»
Ancora prima che prosegua, sento il sibilo della lama che prende la mira. È quel sesto senso da vittima designata che mi avverte: sta per colpire dove fa più male.
«”Ma Aida”, mi ha detto, “non farti illusioni. È una sostituzione tecnica per l’inventario dei faldoni in cantina. Sei mesi di contratto a progetto, giusto il tempo di pulire gli scaffali e poi a casa”.»
Il silenzio che segue è una voragine. Melissa sorseggia il tè con una lentezza studiata, osservando il massacro da sopra l’orlo della tazza. Ha il distacco di chi guarda un documentario su una specie in via d’estinzione. La mia.
«Sei mesi, Matilde?» riprende la zia, facendo centro con la precisione di un cecchino. «Ma allora non è una carriera, è un lavoretto di passaggio. E io che speravo che finalmente avessi trovato un po’ di… stabilità».
Lancia uno sguardo a Melissa, che sembra l’incarnazione stessa della solidità: la schiena dritta, il tè tenuto con mano ferma, il futuro già scritto in un planner.
Il sangue mi sale al cervello in un nanosecondo.
Sento distintamente il mio cervello rettiliano, quello che si occupa di sopravvivenza e morsi alle giugulari, che prende il comando della nave mentre la “Matilde Civile” viene chiusa a chiave in uno stanzino. È la mia amigdala iperreattiva: quando scatta, io non sono più una trentenne riflessiva, sono un coccodrillo a cui hanno appena pestato la coda.
Mamma e papà restano impalati a metà gesto. Si guardano intorno con la faccia di chi ha appena sentito l’odore della miccia accesa e sa che non ha un posto dove scappare.
Lei è rimasta pietrificata con una caraffa d’acqua inclinata a mezz’aria sopra il bicchiere di cristallo, mentre papà, nel tentativo di domare un festone di bacche finte che pende dal lampadario, è rimasto in equilibrio precario sulla punta dei piedi, le braccia alzate come se stesse per parare un rigore decisivo sotto la Fiesole.
Conoscono quello sguardo: è la mia “faccia da detonazione imminente”. Sanno che il timer è a zero e che la gittata delle mie schegge colpirà tutti, dal centrotavola alle loro aspettative sul Natale.
«Ma che palle!» sbotto, alzandomi di scatto così violentemente che la sedia stride sul pavimento con un rumore che farebbe accapponare la pelle a un sordo. Non è per il contratto a termine — quello lo sapevo — è il modo in cui ha ridotto tutta la mia fatica, il mio orgoglio e persino Alessandro a una nota a piè di pagina irritante. «Ma non ti va mai bene niente! Non è mai abbastanza quello che faccio, quello che sono, persino l’uomo che ho accanto non è all’altezza dei tuoi standard da copertina. Hai già Melissa di cui vantarti al mercato dei successi, no? E allora lasciami in pace, dimenticati che esisto!»
«Matilde, non scaldarti, la zia voleva solo essere d’aiuto…» prova a intervenire Melissa, usando quel tono calmo e ragionevole che mi fa venire voglia di rovesciarle la teiera sulla camicetta da trecento euro, solo per vedere se è capace di perdere la pazienza o se è stata programmata in laboratorio di robotica.
Guardo mia zia. È rintanata nel suo ruolo di martire della famiglia, quella che ha sacrificato tutto — ambizioni, uomini, giovinezza — per fare da badante alla nonna e che ora riscuote il suo stipendio in cattiveria gratuita.
«Ma quale aiuto! Le serve solo un bersaglio per non impazzire,» sbotto, mentre il coccodrillo nel mio cervello azzanna l’aria. «La verità è che ti servo io, vero, zietta? Ti serve che io sia un disastro per convincerti che la tua vita non è poi così vuota. Finché ci sono io a fare la parte della fallita, tu puoi continuare a sentirti quella “giusta”. Beh, spero che questo veleno ti basti per arrivare a Pasqua, perché io ho finito di farti da specchio. Tenetevi pure il vostro Natale perfetto, io tolgo il disturbo.»
Cala un silenzio glaciale, rotto solo dal ronzio della cappa in cucina. Mi aspetto che la zia esploda, che mi urli contro la sua indignazione e invece si rimpicciolisce sulla sedia. La maschera da cecchino le scivola via dal viso, rivelando qualcosa che non le ho mai visto addosso: una stanchezza infinita. Mi scruta, e i suoi occhi non sono più punte di spillo ma due pozzanghere di dolore antico.
«Non hai capito proprio niente, Matilde…» sussurra appena, con una voce così sottile che sembra sul punto di spezzarsi come vetro.
Per un istante, il coccodrillo nel mio cervello si ferma, interdetto da quella crepa nella sua armatura. Sento un sapore amaro in bocca, il sospetto di aver colpito troppo basso ma l’adrenalina è un treno in corsa che non sa come frenare. La mia amigdala non conosce mediazioni: attacco o fuga.
E visto che ho già fatto terra bruciata, afferro cappotto e chiavi al volo, le mani mi tremano per il voltaggio che mi scorre sottopelle. Mia madre resta lì, un monumento allo sconcerto, con la caraffa che ancora trema e il vassoio delle tartine al salmone a mezz’aria, come un’offerta sacrificale a un dio che ha appena abbandonato il tempio. Esco sbattendo la porta con un rimbombo che scuote l’intero palazzo.
11.
Il rientro alla Fondazione il 27 dicembre è un incubo, lo scantinato sembra essersi rimpicciolito durante le feste. Passo ore a scansionare documenti di cui non frega niente a nessuno, sentendomi come un criceto sulla ruota ma senza nemmeno la gratificazione dei semini.
Ho passato il Natale e Santo Stefano praticamente in cattività solitaria. Cecy è alla villa dei suoi, circondata da lusso e tartine, e Alessandro è stato risucchiato dal vortice dei parenti: una maratona di pranzi, tombole e “allora quando ti sposi?” che lo ha tenuto lontano, se non per qualche messaggio rubato sotto il tavolo.
Sullo schermo del cellulare leggo ancora le notifiche delle chiamate perse di Melissa. Ha provato a cercarmi un paio di volte, probabilmente per offrirmi un’altra delle sue pillole di saggezza non richiesta o per verificare se fossi ancora viva dopo l’esplosione nucleare del pranzo di Natale. Non ho risposto. Non ho l’energia per essere “ragionevole” o per sentirmi dire, con quella sua voce vellutata, che dovrei lavorare sulle mie reazioni. In questo momento l’unica cosa che riesco a gestire è lo scanner, e anche lui sembra averne abbastanza di me.
Mando ad Ale un messaggio chilometrico, uno sfogo in piena regola che somiglia più a un manifesto politico di rivolta. Ci metto dentro tutto: la perfidia di mia zia che si informa sui miei contratti manco fosse la Guardia di Finanza, la perfezione asfittica di Melissa che mi fa sentire sempre sbagliata, e i miei genitori che mi guardano con la stessa pietà che si riserva a un gatto randagio con la rogna. Mi lamento dell’ennesimo Natale divertente quanto una devitalizzazione senza anestesia.
Premo invio con la stessa foga con cui si lancia un segnale di soccorso da una nave che affonda. Rimango a fissare i puntini di sospensione che danzano sullo schermo, aspettando che il mio cavaliere dalla moto scintillante mi scriva che ha già noleggiato un elicottero per venirmi a prelevare da questo tugurio.
La risposta arriva dopo pochi minuti ma non è il «Ti capisco, povera piccola, arrivo a salvarti» che speravo.
Tesoro, capisco lo sfogo, ma il lamento è solo rumore. Non cambia le cose, consuma solo l’energia che ti serve per uscirne. Prova a cambiare prospettiva: ogni faldone non è un peso, è un esercizio di pazienza. Respira nel documento.
Esco prima dal lavoro, furibonda, e mi fiondo al bar. Lo trovo lì, impeccabile nella sua camicia nera, mentre serve un decaffeinato con la calma di un monaco tibetano che ha appena raggiunto il Nirvana tra un cornetto e un cappuccino.
«”Respira nel documento”, Ale? Davvero?» sbotto, appoggiando la borsa sul bancone con un tonfo che fa sussultare il portatovaglioli. «Cosa dovrei inalare, le spore del Settecento? Mi annoio a morte, mi sento inutile e tu mi rispondi con una massima da biscottino della fortuna scritto da uno stagista sottopagato?»
Alessandro non si scompone ma i suoi occhi si addolciscono. Mi guarda con un sorriso fin troppo paziente e mi cerca la mano sul bancone, accarezzandomi le nocche con il pollice. È un gesto tenero ma in questo momento mi scotta come ferro rovente.
«Tesoro, non volevo sminuirti,» dice con una voce così calma che sembra voler spegnere un incendio con un contagocce. «Dico solo che la noia è un segnale di mancanza di stimoli interni, non esterni. Se impari a stare con te stessa anche nello scantinato, nulla potrà più farti paura. Ti sto solo dando degli strumenti per gestire le tue reazioni, è un modo per aiutarti a stare al mondo con meno ansia.»
«Aiutarmi? Perché, io non saprei come si sta al mondo?» Mi scosto bruscamente, ritraendo la mano come se mi avesse morso.
Il coccodrillo nella mia testa, che pensavo si fosse riassopito dopo il pranzo di Natale, spalanca un occhio giallo. Sento la mascella serrarsi: è quel prurito familiare dietro la nuca che mi avverte che la diplomazia sta per lasciare il posto ai morsi alle giugulari.
«È che a volte ti lasci trascinare troppo dai tuoi drammi, tesoro» continua lui, e quel “tesoro” mi arriva dritto in faccia come uno schiaffo imbottito di ovatta. «È una questione di… equilibrio emotivo. Vorrei solo vederti più solida, meno reattiva.»
Lui sospira, una di quelle espirazioni lente e misurate che si usano con i bambini che fanno i capricci al supermercato. È frustrato, lo vedo da come stringe la presa sul canovaccio ma si sforza di non perdere il controllo.
Lo guardo e, per la prima volta, dietro quel viso da Superman vedo l’ombra di mia sorella Melissa. Vedo la sufficienza della zia Aida, solo filtrata da un corso di comunicazione efficace. È quel tono calmo, asettico, di chi ha capito tutto della vita e deve spiegare a te, povera Matilde incasinata, come si cammina dritti senza inciampare nei lacci delle scarpe.
«Lo sai che sei uguale a loro?» dico, e la mia voce trema di una rabbia che sa di delusione.
«A chi? Ma che dici?» Alessandro fa un passo verso di me, sinceramente confuso ma anche visibilmente irritato. Allarga le braccia con un gesto teatrale. «Sto cercando di darti una mano, Matilde, perché ti voglio bene e detesto vederti soffrire per ogni sciocchezza…»
«Ecco, appunto! Sciocchezze!» grido, attirando l’attenzione di un vecchio cliente nell’angolo che si nasconde dietro la Gazzetta. «Cerchi di rendermi “equilibrata” come vuoi tu perché la mia confusione ti mette a disagio. Preferisci farmi la lezioncina di vita piuttosto che dirmi semplicemente che ti dispiace che io abbia passato una giornata di merda. Non mi stai ascoltando, Ale, mi stai psicanalizzando. Ma io non sono una tua paziente, sono la tua ragazza!»
Lui aggrotta la fronte, ferito e insieme convinto che io stia confermando la sua tesi sulla mia instabilità. «Sei fuori controllo, ora. Ne riparliamo quando sarai più lucida.»
Questa frase è la scintilla definitiva. «Non capisci che così mi fai solo sentire quella sbagliata? Quella che ha bisogno del maestro per non affogare in un bicchiere d’acqua.»
Il magone preme per uscire, caldo e umiliante e la cosa peggiore è che ha ragione. Io mi sento quella che affoga, ma da lui, proprio da lui, non volevo la lezione di nuoto: volevo solo che si buttasse in acqua con me. Alessandro accenna un passo avanti, è sinceramente dispiaciuto ha l’espressione di chi ha appena seguito alla lettera il manuale d’istruzioni eppure si ritrova tra le mani un congegno che sta esplodendo.
Non capisce cosa ha sbagliato: nella sua testa ha fatto tutto bene, ha detto le parole giuste, ha offerto la soluzione logica. Non si rende conto che la sua logica, in questo momento, è solo altro peso che mi spinge a fondo.
Afferro la borsa. Il caffè che mi aveva preparato con tanto amore, con quel cuoricino di schiuma che ora mi sembra l’emoticon di una presa in giro, resta lì, intatto e fumante.
«Vado a casa. Da sola. Almeno dai miei so già cosa aspettarmi, non ho bisogno che anche l’uomo che amo mi guardi come se fossi un guasto da riparare!»
Esco dal bar lasciandolo lì, col cucchiaino sospeso a mezz’aria e quella sua espressione da “ti spiegherò perché sei arrabbiata non appena avrai finito di fare i capricci”. Mi fa infuriare ancora di più perché so che, nella sua testa, lui è convinto di essere il pompiere che doma l’incendio, senza capire che l’incendio, stavolta, lo ha appiccato lui.
Forse il Superman della moto è solo l’ennesima versione del “so io cosa è meglio per te”, solo con un packaging più figo e la parlantina dolce. È lo stesso schema di sempre: io sono quella che inciampa, che esagera, che fa casino, e gli altri sono quelli che devono spiegarmi come si cammina dritti.
Solo che da lui non volevo un corso di sopravvivenza, volevo solo che mi prendesse la mano e dicesse: «Sì, Mati, è tutto uno schifo, ma ci sono io».
Cammino veloce contro la tramontana, sentendo la rabbia che sfuma in un vuoto gelido. Di maestri, guide e gente con la verità in tasca ne ho fin sopra i capelli. Cercavo un complice, non l’ennesimo professore pronto a darmi il voto sul registro a fine giornata.
12.
A casa, mi ritrovo rannicchiata sul divano con Cecilia che, nel tentativo di farmi da infermiera emotiva, mi ha piazzato davanti una ciotola di popcorn bruciati che hanno l’odore e la consistenza della carbonella. Li ignoro sdegnosamente, preferendo affondare i denti nel terzo saccottino al cioccolato della serata.
«Il problema di quelli colti è che non ti dicono “stai zitta”, ti dicono “rifletti sul tuo silenzio”» sentenzia lei, gesticolando con un chicco di mais carbonizzato. «È la stessa cattiveria di sempre, solo che ci mettono il fiocchetto di lusso!»
Proprio mentre sto per darle ragione con la bocca piena di cioccolato, il campanello suona. Pochi istanti dopo, Melissa entra in salotto. Ha quell’aria intatta di chi non subisce gli agenti atmosferici, la piega ancora rigida nonostante la tramontana: sembra uscita da una pubblicità di profumi di alta gamma ma c’è qualcosa di diverso nel modo in cui si muove. Una cautela che non le appartiene.
Si toglie i guanti di pelle con una lentezza insolita, poi estrae con cura da una busta un piccolo quadretto. Lo posa sul tavolino: è il nostro disegno di quando avevamo sei e otto anni.
C’è casa nostra, con le colline sullo sfondo. Ma la mia parte del disegno è un’esplosione cromatica senza regole. Avevo dipinto il cielo di un rosso scarlatto, così vibrante che sembrava quasi sanguinare sulla carta. L’erba era viola e gli alberi arancioni. E poi, non c’era un solo colore che fosse rimasto dove “doveva”. Il rosso del cielo era così grande, così libero, che entrava prepotentemente dentro casa, colorando le finestre e la porta, come se non potesse essere contenuto. Le linee nere della villa borghese che Melissa aveva tracciato con precisione geometrica erano sommerse dalla mia foga, irriconoscibili sotto quel diluvio di pastello a cera.
Ricordo ancora come Melissa avesse arricciato il naso, furibonda perché “il cielo è blu, l’erba è verde e una casa non può avere le pareti invisibili! Mati, hai fatto solo un pasticcio!”.
Ma la nonna, che stava sbucciando le mele in cucina e ci guardava da sopra gli occhiali, l’aveva fermata con un colpo di nocche sul tavolo.
«Lasciala fare, Melly. Il cielo di Mati è rosso perché lei il calore del sole lo sente anche di notte. E quella casa senza pareti… beh, ha capito prima di noi che non serve a niente blindare la porta se poi hai paura di far entrare il mondo. Impara da lei, ogni tanto: se costruisci una vita troppo perfetta, finirai per non avere nemmeno uno spiraglio per guardare fuori. E fuori è dove succedono le cose.»
Riguardo quel disegno e sento un nodo alla gola. La nonna stava proteggendo il mio diritto a essere un incendio in una famiglia di estintori; mi stava dando il permesso di non dovermi incastrare per forza in una forma che non era la mia. Difendeva la mia pretesa di avere un cielo più grande dei muri di casa e la libertà di restare fuori dagli schemi senza sentirmi per forza sbagliata.
«Mati, tu hai un dono: senti tutto al massimo volume,» riprende lei, e stavolta la sua voce non ha il solito taglio puntiglioso da consulente aziendale. È quasi morbida. «Ma il problema è che rispondi prima ancora di aver capito che canzone stiano suonando. Ti ricordi cosa ti diceva la nonna, quando allagavi i fogli di colore e poi piangevi perché il risultato non somigliava a niente di reale?»
Al nome della nonna, il cuore mi tira un colpo secco.
«Diceva che i margini esistono solo per chi ha bisogno di un recinto per non perdersi. Mi accarezzava i capelli e ripeteva: “Mati, tu non fissare i bordi, guarda che forza hanno i tuoi colori. Sono così vivi che non possono stare dentro una riga tirata col righello”.»
Ammutolisco. Penso alla nonna, ora chiusa in quel silenzio bianco, ridotta a un involucro fragile che non mi riconosce più. Lei era l’unica capace di tradurre il mio caos in qualcosa di prezioso ma vederne il riflesso nello sguardo di Melissa, che ora brilla di una luce liquida e ferma, mi mozza il fiato.
Quell’umidità nei suoi occhi è la crepa che aspettavo senza saperlo. Tutta la mia corazza, fatta di sarcasmo e porte sbattute, si scioglie come neve al sole. Svuoto il sacco in un sospiro, lasciando che il dolore esca fuori senza filtri.
«Perché mi trattate tutti come se fossi difettosa, Melly?» ammetto, e il nomignolo d’infanzia mi scivola fuori senza volerlo, portando con sé un odore di soffitta e ginocchia sbucciate. «Anche Ale. Come se fossi un progetto da aggiustare, un errore da correggere a penna rossa.»
«Non sei difettosa, Mati» dice lei, e stavolta si sposta sul divano per accorciare le distanze. «È che chiedi costantemente al mondo di darti un voto. E quando il voto non è dieci e lode, dai fuoco al registro. Il problema non è che gli altri facciano i maestri, è che tu ti senti sempre l’allieva dell’ultimo banco, pronta a scattare se qualcuno ti corregge.»
Mi mordo il labbro. Sento la rabbia che prova a restare a galla ma le parole di mia sorella stavolta non graffiano. Scavano.
«Impara ad amarti un po’ di più, con tutti i tuoi colori fuori dai margini. Perché se non ti dai tu quel valore, passerai la vita a pensare che chiunque provi ad aiutarti stia solo cercando di riparare un pezzo rotto.»
La guardo e, per la prima volta, la “perfetta Melissa” sbiadisce, lasciando il posto a una donna che non avevo mai osservato davvero. Mi sento improvvisamente piccola, e non per la solita insicurezza ma per lo spessore del mio egoismo. Sono stata così impegnata a recitare la parte della vittima, dell’eterna pecora nera in lotta contro il mondo, da non chiedermi nemmeno come stia lei.
È incinta, dio santo. Ha una creatura che le cresce dentro, un battito che raddoppia il suo. Sarà madre tra poco, e io diventerò zia, eppure non le ho nemmeno chiesto come sta, cosa prova.
Chissà se ha già scelto il nome. Chissà se spera in una bambina che le assomigli, ordinata e sicura, o in un piccolo terremoto capace di scompigliarle finalmente la vita e i margini. Mi rendo conto, con un morso di vergogna, di non averle chiesto nulla; sono rimasta per giorni raggomitolata su me stessa, troppo occupata a contare i miei lividi.
«Vuoi un caffè?» le chiedo, la voce ancora incrinata. È il mio ramoscello d’ulivo.
«Sì, grazie. Ma decaffeinato, se ce l’hai.»
«Ah, giusto.» Vado in cucina, cercando di fare la padrona di casa ma la realtà della dispensa è desolante quanto quella del frigo. «Senti, ti offrirei volentieri anche altro ma abbiamo un limone mummificato e una cosa pelosa in fondo al ripiano che sospetto fosse formaggio nel secolo scorso. Ha sviluppato un proprio ecosistema, se vuoi posso presentartelo ma non ti consiglio di mangiarlo.»
Melissa scoppia a ridere, non quanto tempo era che non la vedevo ridere così. «Credo che passerò. Non vorrei che mio figlio nascesse con i superpoteri grazie alle tue muffe radioattive.»
Poi il suo sguardo si fa serio, perdendo quella patina di controllo che la rende sempre invulnerabile. Le sue dita scivolano con una lentezza quasi religiosa verso il ventre. «In realtà… non posso rischiare nulla. È una gravidanza difficile,» sussurra, e per la prima volta vedo le sue spalle cedere di qualche centimetro. «Il medico mi ha messo a riposo forzato, perciò resterò qui a Firenze, blindata, finché non nascerà.»
Mentre lo dice, le sue mani si stringono sopra la stoffa del cappotto, cercando un contatto con quella vita che custodisce con quello che solo ora riconosco come un terrore mutoin un silenzioso terrore che solo adesso riconosco. Non posso credere che la “stabile” Melissa, quella che ha sempre una tabella di marcia e una soluzione per ogni imprevisto, ora è ferma, immobile in una terra di mezzo fatta di attesa e timore.
«Resti qui? Per tutto il tempo?»
«Sì. E… la prossima settimana ho un’ecografia di controllo.» Mi fissa, e per la prima volta i suoi occhi non cercano l’errore ma una sorella. «Dicono che l’ospedale sia un posto deprimente se ci vai da sola. E io ho sempre odiato le sale d’aspetto.»
Non mi chiede “vieni?”. Mi sta dicendo “ho bisogno che tu ci sia”.
«Porterò dei saccottini» rispondo io. «Con tutto quell’olio di palma, vedrai che tutto filerà liscio.»
Lei accenna un sorriso. «Porta anche il limone mummificato, se serve a farmi ridere.»
Esce lasciando un vuoto strano in corridoio. Guardo il quadretto della nonna sul tavolino: le linee nere e severe di Melissa, il mio incendio rosso che le travolge.
Siamo sempre state così, due lingue diverse che cercavano di raccontare la stessa casa. Lei la precisione, io il battito; lei i margini che danno sicurezza, io i colori che danno la vita. Eppure la nonna lo sapeva: un disegno fatto solo di righelli è un progetto tecnico, un disegno fatto solo di macchie è un caos che spaventa. Servivamo entrambe per fare un’opera d’arte.
Forse è questo che voleva dirmi portando qui quel vecchio quadretto. Che lei ha bisogno della mia luce disordinata per non restare al buio in quella stanza d’ospedale, e io ho bisogno della sua mano ferma per non volare via.
Sfioro il vetro proprio nel punto in cui il pastello scarlatto incrocia il segno nero della matita. Siamo solo due sorelle che, dopo una vita passata a difendere i propri confini, hanno finalmente capito che è proprio lì, dove i colori si mescolano e i margini si perdono, che smettiamo di essere sole.
13.
Dopo che Melissa se ne va, lasciandomi con quel quadretto tra le mani e un groviglio di pensieri nuovi in testa, Cecilia si riappropria del divano con la solennità di una regina.
«Ok, basta drammi esistenziali» decreta, sintonizzandosi su un vecchio classico Disney. «Stasera abbiamo bisogno di principesse, scarpette di cristallo e finali scontati. È l’unico modo per decontaminare l’aria da tutta questa pesantezza.»
Ci mettiamo lì, a guardare Cenerentola mentre dividiamo i rimasugli dei popcorn bruciati. È una regressione infantile necessaria. Lei commenta la scarsa igiene dei topi parlanti e io cerco di ignorare il battito sordo che ho ancora nel petto.
Poi, il citofono suona. Cecilia scatta a sedere, i popcorn che volano ovunque e gli occhi che le brillano di una speranza selvaggia: «È lui! Lo sento, il senso di colpa lo ha finalmente rintracciato! È venuto a implorarmi strisciando sui ceci!».
Corre al citofono con la velocità di un centometrista ma appena preme il tasto e ascolta la voce dall’altra parte, le sue spalle si sgonfiano come un palloncino bucato. Si volta verso di me, l’espressione che passa dal trionfo alla rassegnazione in un istante.
«Niente ceci, è Alessandro.»
Spengo il televisore con un riflesso quasi violento. Non voglio che Ale mi trovi così: rannicchiata tra i cuscini a rifugiarmi in una favola perché non so bene come gestire la realtà.
Alessandro entra, chiude la porta e si ferma sulla soglia. Per un secondo il silenzio è interrotto solo dal ronzio stanco del frigorifero e dal mio respiro che si è fatto corto. Mi guarda, e nel suo sguardo non c’è più traccia di quella barriera professionale che mi aveva ferita.
«Hai ragione» esordisce. «Sono stato un arrogante. Ti ho trattata come un caso clinico perché è l’unico modo che conosco per non lasciarmi travolgere da quello che provo per te. Se ti analizzo, posso illudermi di controllarti. Se cerco di “istruirti”, non devo ammettere che tu, con i tuoi casini e la tua autenticità disarmante, hai completamente scardinato la mia, di stabilità.»
Fa un passo avanti, ignorando Cecilia che ci osserva con il fiato sospeso, come se fossimo il sequel live action del cartone appena interrotto.
«Mi scuso, Matilde. Mi scuso perché ho cercato di fare il maestro quando avrei dovuto solo ringraziarti. Non ho mai conosciuto una come te. Mi hai ridato la voglia di ridere dei miei errori, di sporcarmi le mani. Io non voglio insegnarti a stare al mondo, voglio solo restarti accanto mentre tu lo conquisti a modo tuo.»
Mi prende il viso tra le mani, le sue dita sono calde.
«L’amore adulto è una fatica bestiale, non è la scarpetta di cristallo. Significa imparare a stare nel fango senza scappare. Ci saranno sere in cui non avremo voglia di parlarci, giorni in cui la tua confusione mi farà perdere la testa e la mia rigidità ti toglierà l’aria. Ma la differenza sta tutta lì: nel restare nel conflitto anche quando i cocci sono troppi e la voglia di sbattere la porta è l’unica cosa che senti.»
Mentre lo ascolto, sento un brivido, le sue parole sono bellissime ma mi fanno anche paura.
Stare nel conflitto? Raccogliere i cocci?
Sento la “Matilde bambina” che scalcia dentro il mio petto, quella che vorrebbe solo sparire nell’Isola che non c’è e non dover mai affrontare un discorso serio su “cosa non va”.
Per me l’amore è sempre stato un’esplosione di fuochi d’artificio o un disastro totale; l’idea di questo lavoro quotidiano, di questa pazienza metodica, mi fa sentire come se mi stessero mettendo addosso un vestito troppo stretto e pesante. O un lungo cappotto grigio. È affascinante, sì ma è anche maledettamente reale. Mi chiedo se sarò mai capace di essere così “grande”, se riuscirò a non scappare quando la magia lascerà il posto ai piatti da lavare e alle incomprensioni da risolvere.
Lui sembra leggermi il panico negli occhi. Mi accarezza gli zigomi con i pollici, un gesto così lento da sembrare una preghiera. «Tesoro, guardami. Un pezzetto alla volta, d’accordo?» Mi sorride, e in quel sorriso c’è tutta la pazienza che a me manca. «La locanda nel bosco è sempre lì, le coordinate ce le abbiamo. E quel lunedì… quel lunedì che ci ha incasinato la vita lo terremo stretto come un promemoria. Quando ti sembrerà di affogare nei faldoni o in un discorso troppo serio, noi scappiamo lì. Torniamo al punto in cui ci siamo detti tutto senza paura.»
Mi attira a sé, e stavolta non sento il peso del cappotto grigio, ma solo il battito del suo cuore contro il mio. «Non voglio che tu diventi “grande” tutto in una volta. Voglio solo che quel lunedì continui a durare per sempre. Anche se fuori piove, anche se i piatti restano nel lavandino. Noi due, tra gli alberi, a ricordarci perché ci siamo scelti.»
E poi mi bacia. È un bacio che ci ricorda che in fondo quel lunedì non è mai finito. Per un attimo il rumore del mondo si spegne e resta solo questo peso rassicurante che mi preme contro il petto, una felicità densa che non ha niente a che vedere con le esplosioni di gioia isterica a cui sono abituata. È una sensazione silenziosa, simile a quando fuori piove a dirotto e tu sei finalmente al coperto, con la schiena contro un termosifone acceso.
È una promessa di presenza che mi scalda e mi spaventa. Lo stringo cercando di non pensare che, mentre lui mi insegna a restare, io sto ancora cercando di capire come si faccia a volare ancora, con i piedi così piantati a terra.
14.
Esco dalla Fondazione con una bile così acida che potrei usarla per sciogliere le serrature.
Tiro fuori il telefono, è un riflesso incondizionato: ho capito da un pezzo di non essere fatta per la solitudine contemplativa. Io ho bisogno di interagire, lanciare segnali di fumo nel vuoto digitale. Scrivo per la mia comunità di “disagiati e lamentosi”, quegli sfigati meravigliosi che ridono delle mie sventure perché, in fondo, sono le loro.
Uscire dalla Fondazione e ricordarsi che fuori esiste la vita reale è un trauma per il quale non esistono abbastanza carboidrati.
Ma se mi pagassero un euro per ogni “like” di solidarietà che ricevo da voi, miei cari, a quest’ora sarei alle Maldive a sorseggiare cocktail, non qui alla disperata ricerca di un conforto glicemico che abbia la forza di soffocare l’acidità di questo turno infinito.
#maiunagioia #zuccherisubito #glicemiaportamivia
Il potere terapeutico della lamentela condivisa è sottovalutato, visto che mi sento già un briciolo meglio. Avrei un bisogno vitale di affogare i dispiaceri in un bignè al cioccolato ma i miei piedi decidono di testa propria e cambiano rotta.
Mi ritrovo in Piazza della Repubblica, quasi senza accorgermene. La giostra è lì, un’esplosione di luci dorate e specchi che ruotano nel freddo della sera, mentre la musica dell’organetto sembra promettere che, per pochi minuti, il tempo può fermarsi. I carboidrati ora possono aspettare.
Compro tre gettoni. uno per me, uno per la Matilde di otto anni e uno per la nonna che mi diceva sempre: «Certo, Mati, un altro giro non si nega mai a nessuno».
Salgo su un cavallo bianco dalla criniera dorata e mi lascio cullare dal movimento ipnotico. Chiudo gli occhi, ora sì che mi sento leggera.
Mentre la giostra prende velocità, il mio pensiero corre a Melissa. Me la immagino a casa, intenta a studiare ideogrammi cinesi tra una nausea e l’altra, decisa a non cedere neanche un millimetro del suo terreno al mondo che avanza. Eppure, l’immagine della “statua di marmo” si è incrinata. Dietro la sua efficienza impeccabile, ora vedo la paura tutta umana di una donna che sta portando un peso fragile e non sa come chiedere un abbraccio senza sentirsi sconfitta.
Penso anche alla zia Aida.
Rivedo il nostro ultimo scontro a Natale, quando la maschera da cecchino le era scivolata via dal viso rivelando una stanchezza infinita. «Non hai capito proprio niente, Matilde…».
Allora ero scappata in una nube incendiaria. Ma ora, cullata da questo movimento ipnotico, quella frase mi scava dentro in modo diverso. Chissà cosa voleva dirmi davvero, chissà quale parte di storia mi manca. Il suo viso era triste, di una tristezza densa e antica, come se sotto quel rigore impeccabile si nascondesse un racconto lunghissimo di cui io non conosco nemmeno il titolo.
Forse la sua non è cattiveria ma il modo in cui ha imparato a sopravvivere a qualcosa che io non posso nemmeno immaginare.
Rimango a fissare le luci della piazza che sfumano in una scia dorata, chiedendomi se la “perfezione” di famiglia non sia altro che un’armatura pesantissima che tutte loro indossano per non andare in pezzi.
Mentre i cavalli di legno salgono e scendono, una verità mi si dipana davanti agli occhi: non vincerò mai contro Melissa nel suo campo. Non sarò mai la più brava, la più ordinata, la più risolta. Se partecipo al gioco della “Perfezione”, mia sorella mi batterà sempre dieci a zero, con una mano legata dietro la schiena e il rossetto intatto.
Alessandro ha ragione: non devo superare Melissa, devo cambiare campo da gioco. E lui, in questo, è il mio allenatore più paziente e inaspettato. Penso a quanto sia meraviglioso il modo in cui mi guarda, a come abbia accettato di smantellare il suo piedistallo da professore per scendere nel mio scantinato. I nostri scontri, le sue analisi a volte irritanti, sono serviti a farmi capire cos’è l’amore adulto, qualcuno che accetta che il «vissero felici e contenti» si costruisce un turbolento ma anche inaspettato lunedì mattina alla volta.
All’improvviso, il telefono vibra nella borsa. È la chat di gruppo con Lisa e Sara. “Mati ma sei viva?? Guarda che le olive del bar stanno morendo di solitudine e noi abbiamo delle bombe assurde da raccontarti. Esci dall’esilio dai! Noi ti aspettiamo al solito posto!”
Sento una fitta di nostalgia. Uscire con loro significa essere la solita Matilde caotica, lamentosa e un po’ infantile che si nutre di spritz e cattiverie gratuite. Una versione di me che mal si sposa con la donna consapevole che sto cercando di diventare.
Stasera non voglio scappare nei pettegolezzi per evitare di pensare. Voglio essere all’altezza di Alessandro e di questo nostro “noi” appena nato, che profuma di futuro.
Con un sospiro che sa di rinuncia e orgoglio, digito la risposta: “Stasera passo, ragazze, ci sentiamo domani per il bollettino di guerra. Divertitevi anche per me.”
Premio invio e sento un peso sollevarsi. Ho deciso: sono grande, sono pronta.
E mentre la giostra rallenta e le luci di Piazza della Repubblica tornano a essere punti fissi, mi preparo a scendere per andare incontro alla mia nuova vita.
«Ehi, ragazza sul cavallo bianco! Guardarti è ipnotico: hai l’eleganza di una principessa e l’espressione di chi sta pianificando un omicidio di massa.»
Alzo gli occhi di scatto, sbalordita.
Appoggiato al palo dorato del cavallo di fronte al mio, con la stessa noncuranza di chi sta aspettando l’autobus, c’è un ragazzo che non conosco. Ha l’aria di un brigante, uno di quelli che ha la sfrontatezza scritta nel DNA e nessuna intenzione di scusarsi per il disturbo. Indossa una giacca di lana cotta pesante, di un blu quasi nero, con il colletto alzato per difendersi dalla tramontana e i suoi capelli sono un disordine perfetto spettinato dal vento. Ma sono i suoi occhi a inchiodarmi lì: due pozze di verde magnetico, selvaggi e penetranti.
«Prego?» sbotto, mentre sento una strana scossa elettrica attraversarmi la schiena. «Ci conosciamo? O il biglietto della giostra adesso include anche il commento tecnico di uno sconosciuto che pensa di aver capito tutto della vita degli altri?»
Lui ride e la sua è una risata scanzonata, quasi irriverente. «Non ci conosciamo ma ti sto studiando da due giri. Non capita tutti i giorni di trovare un soggetto con la grazia di un’eroina romantica e l’espressione di chi vorrebbe dar fuoco a tutta Piazza della Repubblica. Questo contrasto è benzina pura per il mio prossimo fumetto.»
«Un fumettista, quindi? Un altro uomo con la testa tra le nuvole. È proprio il mio karma.»
«E tu che cosa sei? Una bambina un po’ troppo cresciuta o una donna che non vuole smettere di esserlo?» mi chiede lui, avvicinandosi. «Hai l’aria di una che ha appena provato a convincersi che il grigio sia il suo colore preferito per sembrare adulta e presentabile» continua, con quella voce roca che vibra nel freddo della sera.
«Sono un’archivista storica» dico, cercando di recuperare la mia corazza di prestigio professionale. «E il grigio è un colore molto razionale. Serve a dare ordine al caos.»
«L’archivio è dove si mettono le cose morte. Tu invece hai l’aria di una miccia accesa che sta solo cercando qualcuno abbastanza folle da darle fuoco.» Si ferma un istante, lo sguardo che scivola stavolta sulla mia scollatura, dove brilla la catenina dorata che porto sempre. Un sorriso furbo gli increspa le labbra, come se avesse appena trovato la prova definitiva di un reato.
«Uh-uh, Peter Pan e Trilli! Immagino siano la tua dichiarazione di guerra al mondo dei grandi, o forse l’unico promemoria che ti è rimasto per non dimenticare come si vola.»
«Lo sai che sei un marpione da manuale?» lo interrompo ma sento un brivido che non ha nulla a che fare con la tramontana. È diverso dal calore rassicurante di Alessandro, è come una scossa elettrica, un cortocircuito di adrenalina.
«Preferisco “osservatore dell’animo umano con scopi di seduzione”» risponde lui, avvicinandosi ancora. Mi tende la mano, con uno sguardo profondo. «Mi chiamo Davide e ho un’idea terribile. Anzi, bellissima.»
Lo scruto scettica, mentre il mio equilibrio oscilla pericolosamente.
«Ho due gettoni. Facciamo un altro giro ma stavolta sulla carrozza reale. Niente discorsi seri, niente ansie da prestazione, niente piani a lungo termine. Solo io che cerco di farti ridere e tu che ammetti che il grigio ti fa schifo.»
«Non è vero che il grigio mi fa schifo!» ribatto ma la mia voce suona meno convinta di quanto vorrei.
Il ragazzo – Davide – fa un passo verso di me, entrando nel mio spazio vitale con una disinvoltura che mi toglie il fiato. I suoi occhi verdi mi inchiodano al cavallo, sono selvaggi e mi scombussolano anche più delle sue parole.
Sento un campanello d’allarme risuonare furioso nella testa. Questo tizio è una mina vagante, esattamente il tipo di ragazzo da tenere alla larga chilometri.
Dovrei scappare ma i miei piedi sembrano incollati alla giostra, ipnotizzati dal ritmo di una musica che non avrei mai dovuto nemmeno cominciare ad ascoltare.
All’improvviso, il mio telefono squilla, è un messaggio di Alessandro.
“Dove sei, tesoro? Ho voglia di portarti alla nostra locanda nel bosco a vedere le stelle. Vieni al bar, ti aspetto.”
Rialzo lo sguardo e Davide è lì, appoggiato al palo dorato, con quegli occhi verdi che mi chiamano. «Allora, che ne dici? Vieni con me sull’Isola che non c’è?»
La musica ricomincia. Le luci tornano a girare, riflettendosi nelle vetrine di Piazza della Repubblica. Stringo il telefono nella mano sinistra e fisso la destra di Davide, tesa verso di me in attesa di essere afferrata. È sporca di china, colorata, viva.
Guardo lo schermo, dove il nome di Alessandro brilla come un faro in un porto. So che, qualunque mano afferri, tradirò una parte di me: quella che sta finalmente imparando a camminare dritta tra i margini del mondo, o quella che non ha mai smesso di voler volare via, verso la seconda stella a destra.
La giostra sta per ripartire, il silenzio della piazza si fa denso. Davide aspetta, Alessandro chiama.
Scendo a terra per imparare a costruire o ricomincio a girare?
Nota dell’Autrice
Questa novella nasce da un “E se?”.
Mentre scrivevo il mio romanzo, Se la felicità, continuavo a chiedermi: cosa sarebbe successo se quel lunedì mattina Matilde avesse reagito in modo diverso all’incidente? Come sarebbe cambiata la sua traiettoria se quel giorno fosse riuscita a restare invece di dare di matto?
In questa storia ho voluto esplorare una versione alternativa della sua vita, ma nel farlo mi sono imbattuta in una verità spietata: possiamo cambiare le nostre reazioni e, di conseguenza, le circostanze, ma se non cambiamo noi stessi, il destino finirà per somigliarsi sempre.
Mi sono messa nei panni di Matilde per capire come una singola scelta possa deviare il corso degli eventi. In queste pagine Matilde “reagisce bene”: trova un lavoro, incontra un uomo meraviglioso come Alessandro, sembra aver finalmente trovato un equilibrio. Eppure, sotto la superficie, i suoi schemi sono rimasti intatti. Il suo bisogno di approvazione, la sua paura di fallire e la tendenza a definirsi solo attraverso lo sguardo degli altri – che sia quello critico di Melissa o quello rassicurante di Alessandro – sono ancora lì, pronti a scattare.
Ecco perché il finale sulla giostra è così cruciale. Matilde è di nuovo in difficoltà non perché le manchi l’amore, ma perché non è ancora cresciuta abbastanza da bastarsi. Davanti alla tentazione rappresentata da Davide, lei rischia di ricadere nel suo automatismo più profondo: la fuga verso l’Isola che non c’è per non affrontare la fatica di restare nel mondo reale.
Cosa farà allora? Afferrerà la mano sporca di china di Davide, tornando a rincorrere un’eterna e colorata fanciullezza, o sceglierà la mano ferma di Alessandro, accettando la sfida di diventare finalmente adulta?
Scrivere questa versione mi ha insegnato che la vera “felicità” (quella del titolo del romanzo) non dipende da chi incontriamo o da quale lavoro otteniamo, ma dalla nostra capacità di rompere quegli schemi invisibili che ci costringono a ripetere sempre lo stesso finale.
Spero che leggendo questa storia abbiate guardato i vostri “automatismi” con un po’ più di tenerezza e, magari, con la voglia di provare, per una volta, a colorare fuori dai bordi senza chiedere il permesso a nessuno.
Per chi vuole scoprire l’altra Matilde…
Se volete sapere com’è andata “davvero” e scoprire quale strada ha preso Matilde quando la vita l’ha messa di fronte a quel lunedì mattina, vi aspetto tra le pagine di Se la felicità.
Ma il viaggio di Matilde non finisce qui, e nemmeno il vostro.
Ed è proprio perché so quanto sia difficile passare dalla teoria alla pratica che ho chiesto ad Alessandro — il nostro barista-psicologo — di venire a darci una mano nel mondo reale.
Sul mio sito ho preparato per voi uno spazio speciale ed esclusivo: “Il Tavolo Accanto: Il test bibliosofico per scoprire quale parte di te sta scegliendo in amore”.
Si tratta di un piccolo viaggio dentro te stessa per mappare i tuoi automatismi nascosti, capire come reagisci davanti all’inatteso e scoprire quale finale stai scrivendo nella tua vita reale.
Matilde è già lì che ci aspetta: ha ordinato uno spritz e ci ha riservato i posti proprio accanto a lei. Ha giurato che per una volta cercherà di non lamentarsi troppo… promesso!
Ti aspetto al nostro tavolo: https://www.chiaraparenti.com/il-tavolo-accanto/
Un abbraccio,
Chiara.
