In La seconda caduta di Atlantide, Ester Manzini racconta la storia di Ariadnh, un’antieroina piena di cicatrici trascinata dentro un conflitto che potrebbe cambiare il destino del continente.
Tra found family, slow burn e sentimenti impossibili da ignorare, nasce anche il legame con Sama.
Il peso di sei monete d’argento è una scena extra inedita ambientata nell’universo del romanzo.
Aveva fissato le tavolette incerate sul tavolo così a lungo che i segni incisi avevano smesso di avere senso da molto tempo, ormai.
Sama si era sempre ritenuto un buon amministratore, abile con i numeri e i bilanci. Dannazione, aveva persino lavorato in condizioni peggiori – di solito il sottofondo di armi che cozzavano e voci affannate proveniente dal cortile lo aiutava a concentrarsi. Didi che lo tormentava per addestrarsi con lui o Nashuja che sbraitava per avere del vino erano ben più irritanti.
E allora perché, perché sembrava essersi dimenticato come contare fino a trentacinque. Si massaggiò la tempia con due dita, poi rosicchiò la punta dello stilo di legno.
Dieci d’argento dal fondo mensile dedicato all’equipaggiamento. Facciamo anche quindici, non le serve un’armatura nuova. O forse sì, quella con cui è arrivata è più vecchia di me, lascia scoperto un palmo sul fianco e rischia di farsi male se…
Morse così forte lo stilo che le fibre gli si infilarono tra i denti. Sputacchiando, Sama si passò il dorso della mano sulla bocca.
Magari la prossima volta. Non è urgente, per ora. Dunque: quindici le posso prendere da lì. Se dimezzo il rifornimento di vino e allungo quello che abbiamo con l’acqua, altre sei… no, sette monete.
Si stava avvicinando all’obiettivo, ma la soddisfazione non arrivò. Contrasse le labbra, chiuse gli occhi e resistette a fatica all’impulso di dare un calcio al tavolo e rovesciare tutto. Quanto a lungo avrebbe potuto continuare a diluire il vino di Nashuja prima che se ne accorgesse? Un anno prima, Sama confidava che la reazione di fronte a quell’inganno sarebbe stata violenta. Avrebbe accolto con gioia un occhio nero o un dente spezzato pur di rivedere il fuoco ardere nell’anima della sua comandante. Ma adesso? No, non si sarebbe neanche resa conto che le dozzine di coppe che consumava ogni giorno erano per metà acqua.
Faceva più male di quanto volesse ammettere.
«Didi, così non vale!»
Quattro parole. Una risata. Ogni pensiero sul declino di Nashuja svanì. Anche le residue capacità di calcolo.
Sama raddrizzò la schiena e strizzò le palpebre alla luce gialla che proveniva dal riquadro della porta.
In lontananza, suo fratello indietreggiò fino a sparire alla vista. Teneva un braccio teso davanti a sé, e la mano aperta ad afferrare…
«E dai, smettila!» gridò Ari, divincolandosi per liberare la fronte dalla presa di Didi. Sventolò il pugnale in avanti, ma ottenne solo una risatina.
«Sempre sfruttare i propri vantaggi!» esclamò allegro Didi.
Un angolo della bocca di Sama si sollevò: glielo aveva insegnato lui quando erano solo bambini. All’epoca, Didi non gli arrivava neanche alla spalla e si era trovato spesso nella posizione di Ari. A tredici anni però era cresciuto di una testa e mezza nel giro di un’estate, e Sama aveva perso la superiorità fisica.
Ari…
Anche l’altra metà delle labbra si unì al sorriso. Sama posò lo stilo sul tavolo. Puntellò il gomito tra le tavolette abbandonate, strinse il pugno e vi appoggiò la guancia.
Ari, già.
La ammirò abbassarsi di colpo, sottraendosi alla mano di Didi e sbilanciandolo in avanti. Scomparve anche lei in un angolo cieco del cortile, ma non prima che Sama potesse vederla illuminarsi di soddisfazione. Un raggio di sole le si impigliò tra le ciglia e le accese gli occhi. C’erano pagliuzze d’oro nel castano scuro delle iridi, ma si intravedevano solo da vicino. Da molto vicino, come quando… ah, erano passati così pochi giorni? O così tanti? Il sapore delle lacrime in gola era ancora fresco, ma il gesto altruista con cui Ari aveva permesso a lui e a suo fratello di riappacificarsi aveva placato quindici anni di dolore.
“Grazie,” le aveva detto.
Scusami, avrebbe voluto aggiungere. Sono stato un idiota e ti ho trattata come non meritavi per mesi. Sei coraggiosa, forte, buona. Quando sorridi arricci il naso come un coniglietto, e se ti guardo così spesso è perché sono troppo codardo per chiederti se… non lo so. Se vuoi parlare con me. Se c’è qualcosa che posso fare per allontanare di nuovo le ombre che hai nello sguardo. Per accarezzarti il viso anche solo un’altra volta.
Strinse il pugno, e sui polpastrelli sentì di nuovo quel misto incredibile di pelle morbida e cicatrici di cuoio. Una mappa, il racconto di avventure che avrebbe voluto custodire nel cuore.
L’ultima volta che aveva guardato qualcuno con quel tipo di attenzione era stato anni prima, quando tutto era più semplice e il mondo meno pesante. A vent’anni era normale essere attratto da folti boccoli scuri e pelle dorata.
Ariadnh era un altro discorso. Non aveva messo in conto di provare qualcosa se non vago fastidio. Per settimane si era aggrappato a quello schema rassicurante: la novellina si sarebbe dovuta guadagnare il suo rispetto, e non sarebbe stato facile. Sama credeva nella disciplina rigida, nel sudore, in tutti quei valori che Nashuja aveva annegato in fondo a una coppa.
Mai avrebbe immaginato sogni in cui passava le dita sul profilo del muscolo che spiccava sulla spalla di Ari quando si allenava. O di prenderle la mano e posare il palmo contro il suo, per vedere quanto fossero diverse come dimensioni ma uguali nei calli che le segnavano.
Sospirò. Fuori dal suo campo visivo risuonò prima un tonfo, poi lo sbuffo di Didi. Infine, altre risate.
Il cavallo le serviva. Per mesi, Ari aveva usato quello di uno dei Mastini non coinvolti nella specifica missione. Sama stesso le aveva prestato il suo a ogni occasione, ma lei non sembrava essersene accorta. E dire che gli era sembrato un approccio discreto ma poco fraintendibile…
Il commento che suo fratello aveva buttato lì con noncuranza aveva cambiato tutto. “Lo sai che Ari ce l’aveva, un cavallo? E che adesso ce l’ha Agafyia? No, allora, lui ne ha un sacco, è il suo lavoro, ma giù alle stalle c’è anche quello che prima era di Ari. Si chiama Beola. Ha il culone.”
L’acquisto di una cavalcatura non era una spesa prevista dall’accurato piano che Sama redigeva ogni mese, e fino a quel momento era riuscito a rimandare il compito. Quando Ari gli aveva donato – a lui e a Didi – la pace sotto forma di verità sul destino di loro padre, però, ricambiare era diventata una priorità.
E così eccolo lì, che si scervellava per infilare il costo di Beola, più un’aggiunta per ingraziarsi lo stalliere, nelle finanze dei Mastini.
Aveva visto l’animale, e per quanto poco elegante, la descrizione di Didi era accurata: un animale tozzo, placido, con languidi occhi scuri e zampe appena troppo corte. Ari era andata a trovarlo quasi ogni giorno da quando la conosceva, e pensare a come avrebbe reagito quando le avesse detto che…
«Sei patetico,» disse una voce familiare.
Sama riuscì a trattenere uno strillo, ma non a fermare la rovinosa scivolata del gomito oltre il bordo del tavolo. Si raddrizzò prima di cadere dallo sgabello, le orecchie fastidiosamente calde, e si voltò di scatto. «Cos’è, ti sei messa a farmi le imboscate, adesso?»
Ashultum alzò gli occhi al cielo e diede un morso alla mela gialla che aveva nel palmo. Con le guance piene, superò la soglia che portava alla dispensa e si avvicinò. Bastarono pochi passi delle lunghe gambe per farle raggiungere il tavolo, su cui piantò la mano libera. Quindi indicò Sama con l’altra; dal dito gocciolava del succo. «Sei patetico,» ripeté.
«E tu fai schifo,» brontolò Sama. Spostò un rotolo di pergamena che neanche ricordava cosa contenesse. «Non sbrodolarmi sulle carte. Puzzi, comunque.»
Con un’alzata di spalle, Ash si girò e si appoggiò al tavolo, incrociando le caviglie davanti a sé. «Sono appena rientrata.» Fece un cenno con la testa verso l’esterno dell’edificio. «Zakiti sta disfacendo i bagagli, almeno si rende utile.»
«Ha fatto sbrigare tutto il lavoro a te?» domandò. Prese una tavoletta, ma gli sfuggì un’occhiata verso il cortile. Didi si era gettato in spalla Ari e la portava in giro come un sacco di rape. Si stavano sbellicando tutti e due.
«Purtroppo no. In effetti ha fatto la sua parte, anche se quei tre ladri si sono lasciati convincere a restituire le capre del povero Malakia dopo un paio di cazzotti.» Un altro morso alla mela. «Non dirgli che gli ho quasi fatto un complimento,» bofonchiò. «Già è insopportabile così com’è.»
Sama arricciò il naso. «Almeno i calzari avresti potuto toglierteli. Stai lasciando fango dappertutto. Oh, spero sia fango, anche se…»
Ash si alzò, afferrò lo stilo e glielo tirò, colpendolo con precisione sulla testa. «Stai cambiando discorso.»
«Quello mi serve!» protestò lui, strofinandosi i riccioli. «E poi non sto cambiando discorso.»
«Dai, allora dimmi che quello sguardo da cagnolino che mendica un tozzo di pane non era riservato a…»
«Zitta!» Sama si alzò così di scatto da far ribaltare lo sgabello. Lanciò un’occhiata alla porta sul cortile, il cuore in gola e il fuoco che gli ruggiva nelle orecchie.
Con uno sbuffo, Ash fece un passo indietro e rosicchiò anche il torsolo. «Perché sei qui ad arrovellarti sui conti invece che fuori ad allenarti, magari con lei?»
Lo stilo era rotolato qualche passo più in là e si era incastrato tra due pietre del pavimento. Sama lo recuperò ma rimase a distanza di sicurezza da Ash. Non che temesse qualcosa da lei, visto che la considerava una sorella al pari di Didi, ma…
No, ecco, qualcosa lo temeva, in effetti. Era troppo acuta. E troppo amica di Ariadnh.
«Tanto per cominciare, mi sono già allenato, oggi; spero non stessi insinuando che mi sono impigrito!»
«Non insinuo niente. Dico solo che non sei molto bravo a mascherare il tuo interesse.»
«Ah, e questa non sarebbe un’insinuazione? Sono un uomo adulto, perfettamente in grado di… di gestire i propri sentimenti!» Il calore, dalle orecchie, si sparse al resto della testa. Si sfregò una guancia, e sotto il pizzicore della barba, la pelle era rovente. «Che non provo. Proprio perché sono un uomo. Adulto.»
Le sopracciglia nere di Ashultum le calarono sugli occhi in una linea dritta. Incredibile quanto sprezzante sarcasmo riuscissero a esprimere. «Sul serio, Sama?»
«Sul serio.» Stritolò lo stilo nel pugno e tornò al tavolo. «Ora, se non ti dispiace, dovrei tornare al lavoro. Questa masnada di disadattati non si mantiene da sola, e ho un cavallo da comprare.»
«Ah!» Ash ingoiò l’ultimo boccone di torsolo e si passò la spalla sulla bocca. «E per chi sarebbe, questo cavallo, sentiamo?» Inclinò la testa di lato; la treccia corvina le penzolò lungo il fianco.
Sama strinse i denti e attinse alla sua nutrita scorta di severità. «A meno che la compagnia di Zakiti non ti abbia rallentato l’intelletto, immagino non ci voglia molto a capire che se una sola persona non ha una cavalcatura…»
«Vuoi regalare un cavallo ad Ari,» lo interruppe.
«Voglio comprarlo, come ho fatto per Didi due anni fa!» obiettò. Tornò al tavolo e afferrò rabbioso una tavoletta. Aveva le mani così calde che il pollice scavò una fossetta nella cera incisa sulla superficie. «E sarei anche riuscito a rimediare le… tredici monete che mi mancano,» aggiunse, scrutando intento i numeri, «se non fossi venuta a distrarmi.»
Ash gli sfilò la tavoletta dalle dita. «Vediamo un po’…»
«Allora! Adesso basta!» Sama fece per riprendersela, ma Ash la tenne fuori dalla sua portata.
«No, adesso lasci che dia un’occhiata anche io.» Guardò i segni incisi nella cera e sbuffò. «Hai sbagliato i calcoli qui. Non hai considerato che l’ordine per il vino di Nashuja l’hai già fatto dieci giorni fa.» Ridacchiò e gli lanciò in grembo la tavoletta. «Devi essere proprio cotto.»
«Cosa… no, no, impossibile. Che io sia… che abbia trascurato qualcosa!» si affrettò a correggersi. Ricontrollò in fretta i numeri, e con suo grande sconcerto, scoprì che Ash aveva ragione. Il che gli dava altre sette monete da aggiungere al totale.
Corresse il totale, ma quando alzò il viso per ringraziare, seppure a malincuore, Ash per il suo contributo, scoprì che non stava più ridendo. Sorrideva, quello sì, e scosse piano il capo.
«Vorrei quasi pungolarti ancora un po’, ma mi sembrerebbe di accanirmi contro un cucciolo. Sai, i soldi che mancano potresti metterli di tasca tua. Così sì che conterebbe come regalo.» Ammiccò una volta, poi imboccò la porta del cortile. L’ultima cosa che Sama la sentì dire fu: «Didi, ti serve una mano o ti arrangi da solo a prenderle da Ari?»
Sama restò a fissare il riquadro di luce gialla con gli occhi sbarrati e il cuore che gli rimbombava nelle orecchie.
In testa, il nulla.
Non ci aveva pensato. Come aveva fatto a non venirgli in mente?
Abbandonò la tavoletta sul tavolo e, per una volta, non si scomodò neanche a riordinare. Erano lontani i tempi in cui Nashuja l’avrebbe rimproverato per la sbadataggine, ma neanche quella malinconia scalfì la vampata di determinazione che gli era nata dentro.
Le monete pesavano nel borsello. Bruciavano.
Perché Ash aveva ragione, sì. Sulla cifra mancante. Su come recuperarla.
Sul fatto che Beola sarebbe stato un regalo.
E soprattutto, anche se ammetterlo gli faceva venire voglia di scappare urlando e nascondersi sotto un sasso, su un dettaglio spaventoso.
Era cotto di Ari.
